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lunedì 24 ottobre 2011


Il 28 ottobre si svolgerà il processo della MARLANE-MARZOTTO
di Praia a Mare (CS), una fabbrica che per molti anni ha seminato una scia di morte lunga 50 anni, 80 operai morti, altrettanti affetti da tumore.
Una STRAGE, senza temere di esagerare e ricevere smentite.
Una strage che aspetta ed esige giustizia. 

Lettere napolitane

Eh che! L'Inghilterra potrebbe permettere che un regno, il giardino dell'Italia, ripieno di tesoro di arte, di scienze e di lettere, patria di tanti uomini illustri in tutte le branche del sapere umano, fiorente pel suo commercio e per la sua industria, fosse per sempre cancellato dalla carta di Europa? Una città celebre per l'abbondanza dei suoi doni naturali, per la serenità del suo cielo e per la sua numerosa popolazione si vedrebbe ridotta nello stato di un semplice municipio? Un popolo rimarchevole per la vivacità dei suoi caratteri e del suo ingegno sarebbe condannato a divenire il paria del Piemonte? Le qualità, i vantaggi di ogni specie di cui il cielo ha arricchiti i napolitani (i MERIDIONALI continentali ndr), dovrebbero essi dunque divenir la causa del loro annientamento politico? L'Inghilterra lascerebbe violare i trattati a detrimento d' una potenza amica e malgrado le assicurazioni le più solenni? si potrà dopo questo sacrificio d' un popolo innocente, aver fede nel dritto delle genti e nella forza dei trattati? Si oserà convocare un Congresso dopo aver permesso al Piemonte di raccogliere i frutti di tante perfidie e d'una guerra ingiusta, contro un regno vilmente assalito, e nel solo scopo di rovesciare la monarchia dei Borboni?

Lettere napolitane
 Di Pietro Calà Ulloa

martedì 20 settembre 2011

Commercio Equo e Meridionale



Ottimo articolo tratto dal Blog di Michele Nigro


ovvero
Come realizzare la vera secessione
Si sente spesso parlare, soprattutto a sproposito, di “secessione” da parte di personaggi politici discutibili, bavosi e grotteschi che usano lo spauracchio minaccioso della divisione tra nord e sud solo ed esclusivamente per motivi populistici e non certamente politici. Una vera e propria secessione, in pectore, non la vuole nessuno: soprattutto non la vogliono quei politici-imprenditori vestiti di verde che la tirano fuori durante i comizi per eccitare l’elettorato. Molti credono che secessione sia sinonimo di “nuova cortina di ferro“; pensano che ci si riferisca alla costruzione di una moderna linea Gustav con tanto di guardia padana armata fino ai denti e a sua volta controllata a vista da una altrettanto agguerrita sentinella della Lega Sud pronta a difendere il Nuovo Regno delle Due Sicilie dalla calata dei Nibelunghi. Niente di tutto questo, tranquilli.
SOLO NOI MERIDIONALI POSSIAMO INSEGNARE AI PADANI COSA SIGNIFICA FARE UNA VERA SECESSIONE! Una “secessione dal basso” – parafrasando Gramsci – ovvero dal Sud.
Una secessione culturale e commerciale
La vera secessione è e deve essere un’altra: dovremmo avere il coraggio e la costanza, noi meridionali troppo spesso utilizzati in chiave comica nelle varie pubblicità create dalle major televisive del Nord (come se fossimo i giullari della corte televisiva italiana), di attuare l’unica, vera, realistica, non-violenta, intelligente e proficua secessione. “Giullari della pubblicità”, i vari napoletani, calabresi e siciliani usati durante certi spot commerciali, che hanno l’ingrato compito di aprire “canali linguistici” tra il produttore settentrionale e l’ “indigeno” del meridione da ‘evangelizzare’, consumisticamente parlando. Un richiamo ipocrita a una fantomatica Unità d’Italia, a una “fratellanza inter-dialettale”, che serve solo quando bisogna diffondere un nuovo marchio o una nuova idea commercialmente redditizia e che non deve conoscere confini.
Impariamo a leggere le etichette
La cosiddetta “spesa”, quella che fanno le casalinghe, i padri di famiglia o anche gli acquirenti single, purtroppo è diventata, come già è successo a tante altre attività dell’umano vivere, un momento veloce, nevrotico, privo di qualità. La corsa contro il tempo è un imperativo che non risparmia nemmeno uno dei momenti più importanti della nostra vita: la scelta del cibo che introdurremo nel nostro apparato digerente.
Dovremmo prenderci del tempo, invece, per leggere ATTENTAMENTE le etichette dei prodotti alimentari (e non solo di quelli) prima di metterli ciecamente nei nostri carrelli metallici quando andiamo al supermercato. Lo so: la maggior parte delle informazioni contenute sulle etichette, quelle che servono al consumatore per FARE LA DIFFERENZA, sono scritte in piccolo e la persona di una certa età con problemi di vista, come anche il giovane che va sempre di fretta e non è interessato a certi argomenti, non ha la pazienza per leggere le varie scritte microscopiche sul retro dei prodotti che acquista.

Bisognerebbe avere il coraggio di dire che queste informazioni non sono sacrificate per motivi di spazio sulla confezione ma semplicemente perché è necessario fornire una minore “comodità conoscitiva” al consumatore. E questo “oscuramento dei dati” dovrebbe rappresentare, invece, il contro-motivo per effettuare una lettura minuziosa delle etichette: anche a costo di andare in giro tra gli scaffali del nostro supermercato preferito, armati di lente d’ingrandimento.
Prodotto da…
Una volta vinta la “sfida ottica” lanciata dall’etichetta, andiamo alla ricerca del PRODUTTORE. Generalmente per sapere chi ha prodotto il cibo che intendiamo acquistare (mi limito all’esempio alimentare perché gli alimenti sono, come è facile intuire, i prodotti che maggiormente condizionano le nostre abitudini quotidiane in qualità di consumatori, ma come vedremo più avanti la scelta può e deve essere estesa a TUTTI gli altri prodotti, consumabili e non) basta andare alla ricerca sull’etichetta di diciture del tipo: “Prodotto da…”; “Prodotto e confezionato da…”. In altri casi troveremo solo il brand del produttore (ovvero il marchio) seguito dall’indirizzo civico dello stabilimento in cui avviene la produzione. Non dobbiamo confondere il Produttore con il Confezionatore e il Distributore: nella maggior parte dei casi le tre fasi della catena commerciale (produzione-confezionamento-distribuzione) sono affidate a tre figure distinte. A noi interessa “colpire” il Produttore. I “danni” sul Confezionatore e sul Distributore saranno una intuibile conseguenza.
Una volta individuata l’origine geografica del nostro prodotto, scegliamo se realizzare o meno la nostra piccola, silenziosa, apparentemente insignificante, SECESSIONE COMMERCIALE. Noi consumatori meridionali dovremmo scegliere in quel preciso istante se mettere o meno nel nostro carrello l’oggetto alimentare proveniente (cioè fabbricato, prodotto, realizzato, costruito, sfornato…) da una delle regioni appartenenti al meraviglioso, impeccabile, civilissimo, paradisiaco, trainante, incompreso, fiero territorio della cosiddetta Padania.
Il potere della scelta: un potere che abbiamo dimenticato perché un po’ alla volta siamo diventati come tante pecore belanti, senza dignità, senza cervello, senza storia, senza capacità di discernimento.
Non solo politica
Scegliere prodotti meridionali al posto di prodotti provenienti dalla Padania, non significa solo dare indirettamente una sorta di “schiaffo morale” a chi va dicendo in giro dalla mattina alla sera, in televisione o nei raduni campestri, di essere stanco di fare la parte del motore economico del paese, ma è soprattutto un modo, il più semplice e secondo me il più intelligente, per favorire lo sviluppo dell’economia di una zona d’Italia da sempre fanalino di coda della penisola. Dal momento che i padani sono stanchi di sopperire alle nostre mancanze in campo sociale, economico e ultimamente anche nell’ambito dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani, cerchiamo noi meridionali di realizzare nei fatti e non solo a parole LA VERA SECESSIONE. Dimostriamo concretamente la nostra insofferenza in qualità di consumatori di prodotti provenienti dall’attivissima Padania.
Invece di acquistare, ad esempio, la pasta di qualche famoso e fin troppo pubblicizzato marchio del nord, noi meridionali dovremmo sforzarci di andare alla ricerca e comprare solo ed esclusivamente (vita natural durante) prodotti provenienti da pastifici del Sud… E gli esempi, lo capite benissimo da soli, potrebbero essere innumerevoli e non limitati al “prodotto pasta” o ad altri alimenti ma estendibili anche a tutti gli altri beni di consumo prodotti al Sud.
Qualcuno potrebbe giustamente obiettare dicendo: “E se si tratta di prodotti provenienti dal Sud ma fabbricati in stabilimenti di proprietà di investitori o di industriali del Nord?” In quel caso, amici miei, bisognerebbe dare la precedenza all’emergenza OCCUPAZIONE – visti i tempi! – e favorire altri lavoratori meridionali che altrimenti sarebbero costretti a emigrare o a rimanere disoccupati. Senza dimenticare contemporaneamente che favorire merce meridionale, prodotta da imprenditori meridionali, in territorio meridionale, significa anche invertire un certo andamento occupazionale di tipo “assistenzialistico” e agevolare la nascita e lo sviluppo di altre sedi lavorative nel Sud, da parte di industriali del Sud.
C’è poi anche una buona motivazione ecologico-produttiva: acquistare prodotti provenienti dalla Padania significa aver bisogno di trasporti lunghi (soprattutto su gomma), significa causare inquinamento dovuto ai mezzi di trasporto, significa un inutile spreco di energia in generale e un consumo di carburante in particolare… Di conseguenza aumento del prezzo sul prodotto finale. Un aumento pagato dal meridionale e incassato dall’insoddisfatto e razzista industriale padano che vota Lega Nord ma che non disdegna di mandare i propri prodotti nel tanto odiato Sud.
Perché dovremmo continuare ad agevolare questo sistema?
Io compro meridionale
Dagli spaghetti alla carta igienica, dalla lavatrice al materasso, dal libro alla bicicletta, dalle scarpe ai fazzoletti di carta per soffiarci il naso… Siamo da sempre convinti che ‘produzione’ sia sinonimo di ‘Nord Italia’, ma non è così. Questa errata convinzione nasce dalla disinformazione (e non solo in questo campo) del meridionale medio: pensiamo che esistano solo i prodotti che vediamo pubblicizzati sulle reti televisive e che intorno a questi ‘grandi marchi nordici’ esista il Vuoto. Ma, ripeto, così non è!

E la cosa che fa più rabbia è che sappiamo in cuor nostro che non è così: tuttavia, come tante pecore pigre, continuiamo a comperare i prodotti che ci sbattano sotto il naso tutti i giorni durante i cosiddetti “consigli per gli acquisti”. I veri consigli per gli acquisti dovrebbero, secondo me, somigliare alla encomiabile campagna pubblicitaria fatta dal movimento per il Commercio Equo e Solidale. Solo che bisognerebbe ribattezzare questa nuova azione pubblicitaria pro-Sud con il nome di Commercio Equo e Meridionale. Qualcuno c’ha provato molto seriamente a fare una cosa del genere e compiendo una ricerca meticolosa – come nel caso del gruppo “Briganti” - e invito tutti a leggere attentamente il seguente elenco in cui sono indicati moltissimi prodotti provenienti da realtà economiche meridionali.
Si tratta di un elenco, sicuramente incompleto – anche se in continuo aggiornamento proprio grazie al lavoro del gruppo “Briganti” - e che ognuno di noi potrà completare grazie alla personale esperienza in qualità di consumatore, di PRODOTTI MERIDIONALI facilmente reperibili nei nostri negozi sotto casa o nei supermercati del Sud. L’elenco, come dicevo, è sicuramente incompleto perché la realtà produttiva del Sud è più vasta di quanto si pensi, ma ci dà un’idea di come la pubblicità inganni quotidianamente l’ignaro consumatore meridionale. Capisco che in una società globalizzata, omologata e culturalmente diluita come la nostra, chiedere un tale sforzo discernente, una precisa scelta discriminante, è da pazzi! Ma è solo una questione di abitudine: così come “meccanicamente” chiudiamo a chiave la porta di casa quando usciamo anche se poi non ce lo ricordiamo, allo stesso modo dobbiamo sforzarci di disimparare vecchi schemi imposti dalla Pubblicità per acquisire NUOVE ABITUDINI che con il tempo diventano Cultura.
Da decenni politici ed elettori che inneggiano al federalismo fiscale, “campano” (nel senso di ‘vivere’) sull’ignoranza dei meridionali che, ulteriormente anestetizzati dalle tv commerciali di Berlusconi, hanno dimenticato ciò che sono e soprattutto ciò che hanno sotto casa!
Il mio non è uno “spottone” anti-settentrionalista: commetterei lo stesso errore di quei padani che apertamente critico in questo post. Molti meridionali hanno assicurato un futuro a se stessi e ai propri figli proprio grazie al lavoro offerto dalle grandi industrie del Nord. Ma credo anche che, considerando soprattutto l’attuale clima politico italiano, sia giunto il momento per noi meridionali di cambiare mentalità e di fare delle ben precise scelte economiche, commerciali e culturali.
Perché, per fare una bella “rivoluzione”, non è mai troppo tardi!



TRATTO DA: http://michelenigro.wordpress.com/2011/09/18/commercio-equo-e-meridionale/

mercoledì 7 settembre 2011

L’unità d’Italia: Pianificazione di una lunga rapina



L’Italia dei Borbone in Europa era una potenza Navale e mercantile, la
Capitanata con il Tavoliere delle Puglie era il granaio d’Italia, la Terra
d’Otranto rappresentava una produzione olivicola e viti vinicola che
soddisfava il fabbisogno nazionale, nella Terra di Lavoro e Terra di Bari
era concentrato il meglio dell’industria nazionale, le città di Napoli e
Palermo erano tra le più importanti in Europa. Napoli vantava diversi
primati quali i cantieri navali, acciaierie, oltre ad altri primati in Europa
in tutti i campi dello scibile umano. Il ducato rappresentava in Italia la
prima moneta per valore e per stabilità, basti sapere che la ricchezza del
Sud era stimata in un miliardo e duecento milioni di ducati, la
circolazione di monete in oro ed argento pari a 443,20 milioni di ducati
mentre negli altri stati complessivamente circolava meno della metà.
L’economia in generale era florida e la nascente industrializzazione ed il
capitalismo si svilupparono su regole certe, la tassazione addirittura
prevedeva solo due tasse; importantissima la prima forma di previdenza
per la pensione introdotta da Carlo III di Borbone nella seconda metà del
‘700 accantonando il 2% della paga.
A Carlo III e al Ministro Tanucci si devono le basi per una moderna
gestione della cosa pubblica, eliminò gli armigeri dei baroni e istituì la
guardia nazionale, si scontrò con giudici e notai per riformare giustizia e
cessione di beni regolate da leggi arcaiche.
Il regno di Piemonte versava in una grave crisi economica, il debito
pubblico alle stelle, tasse e imposte gravavano sulla parte più debole
della società; i Lombardi particolarmente i Milanesi non gradivano i
Savoia in quanto conoscevano le condizioni e l’avidità dei governanti e
lo stato sociale.
Le menzogne raccontate alla storia sostenevano che il male era il Sud che
i Savoia avrebbero liberato i popoli del Sud dal giogo dello straniero
dimenticando che anche la casa Savoia era straniera originaria di
Francia; tuttavia la classe politica dirigente filo massonica era coadiuvata
da ministri di origine per lo più Meridionale: Giuseppe Massari (nato a
Taranto) segretario di Cavour biografo di Vittorio Emanuele II, James
Lacaita (nato a Manduria) massone ufficiale di collegamento con i lord
inglesi poi senatore del Regno d’Italia, Liborio Romano (spergiuro
napoletano) ministro della difesa dei Borbone contribuì alla caduta del
Regno delle Due Sicilie scambiando il ritiro dell’esercito borbonico
all’avanzare delle truppe garibaldine per un posto di senatore nell’Italia
unificata.
La necessità dell’unificazione si ricerca nel ripianamento del grave
debito di casa Savoia per le guerre finanziate nel corso degli anni; essi
disponevano di un esercito guidato da inetti e servili in litigio perenne
per cui preferirono pagare pur di non ottenere l’ennesima sconfitta.
Lord Palmerston e Lord Gladstone due simpatici massoni diffusero
notizie false in tutta Europa denigrando il Regno delle Due Sicilie come
negazione di Dio; incaricarono i Savoia per la distruzione del Regno del
Sud.
Nel primo decennio post-unitario le condizioni del meridione
diventarono insostenibili e disastrose per la politica razzista, violenta ed
egoistica dei Savoia i quali fecero razzia di tutto, dal Banco di Sicilia al
Banco di Napoli, depredarono le casse comunali, chiese, fabbriche,
ferrovie, marina militare e mercantile, estesero la leva militare
obbligatoria a cinque anni distruggendo l’agricoltura e le famiglie che la
praticavano togliendo manodopera, scambiarono l’oro e l’argento del
ducato con carta straccia chiamata lira in uso fino a pochi anni fa.
Eroi del Sud chiamati spregiativamente dai falsi storici BRIGANTI si
ribellarono alla vessazione del nuovo Stato e alle violenze dell’esercito
pagando con la vita il coraggio di opporsi alle barbarie savoiarde.
Subirono lo stupro e la violenza delle persone più care, furono derubati
di tutti i beni e violentati nel fisico e nello spirito, addirittura una volta
massacrati i cadaveri venivano vilipesi con la decapitazione e
l’esposizione nei pressi di uffici comunali o porte del paese.
In realtà a differenza di quanto contenuto nei libri di storia o di quello
che si è voluto far credere, il brigantaggio nasce come fenomeno sociale,
a difesa dalle angherie e del proprio territorio natio così come ogni
uomo dotato di puro cuore farebbe.
Il coraggio, l’ardore di questi uomini del Sud fu spezzato con la
deportazione in veri e propri lager come quello di Fenestrelle in cui i
“terroni” depredati denigrati e martoriati diedero la propria vita.
Claudio Quarta




Tratto da:A.S.C.A.M. Associazione per lo Sviluppo della Cultura e dell'Arte Merinarum
Bollettino Marzo 2009

mercoledì 3 agosto 2011

COMPRA SOLO MERIDIONALE




Uno studio dell’economista Paolo Savona ha messo in evidenza il fatto che su 72 miliardi l’anno di spesa fatta dai cittadini del Sud, ben 63 sono di beni e servizi prodotti al Nord. Solo una parte dei restanti 9 miliardi resta poi nel Mezzogiorno, essendo compresa in essi anche la quota di spese estere.
Ufficiale è il fatto che la bilancia commerciale delle Regioni settentrionali sia positiva verso il sud Italia e negativa verso l’estero – fatta eccezione per il Veneto – che ha entrambe le voci positive. Questo cosa vuol dire?
Che le Regioni del sud Italia sono il mercato di riferimento delle aziende del Nord, le quali senza la nostra quota di consumi, sarebbero in passivo e destinate al fallimento.
La legge detta del “Federalismo fiscale”, fortemente volute dalla Lega Nord, prevede “il coordinamento dei centri di spesa con i centri di prelievo
Tradotto in linguaggio corrente: “le ricchezze-tasse restano a disposizione della Regione che le produce-versa
In termini pratici:
Io, a Napoli, acquisto una colomba “Le Tre Marie”, prodotto a Milano da una società con sede a Via Bistolfi, 31 – 20134.
Gli utili della società – a cui ho dato il mio modesto contributo - versati in tasse verranno usati per costruire scuole, strade, ospedali, ferrovie, teatri…….DOVE?
A MILANO!!!!!!!! E LA LEGA RINGRAZIA!!!!
Domanda
Cosa posso fare perché, invece, i miei soldi restino in Campania, Abruzzo, Calabria, Basilicata, Puglia, Molise, Sicilia?
Risposta
Compro una pastiera, un casatiello, un migliaccio, un sanguinaccio….
Effetto
I miei soldi – tradotti in tasse - verranno usati per costruire scuole, strade, ospedali, ferrovie, asili nido…….DOVE?
NELLE NOSTRE REGIONI !!!!!!!! E I NOSTRI FIGLI RINGRAZIANO!!!!
Se, quando fai la spesa, compri un prodotto del sud, che effetti produci?
  1. Fai crescere l’economia del sud
  2. I tuoi soldi restano al sud e vengono utilizzate per garantire A TE i servizi pubblici: istruzione, trasporto, sanità….
  3. Crei posti di lavoro vicino casa tua
  4. Dai una mano all’ambiente
  5. Risparmi
Come raggiungere il risultato? Attraverso
  • Acquisto
  • Consumo
  • Diffusione
di merci prodotte nel Sud Italia, da aziende, agricoltori, artigiani che abbiano la sede legale della propria attività nel Sud Italia.
Ho scoperto che nel sud Italia produciamo ogni sorta di prodotto e che alcune catene di supermercati – non quelle nazionali, ma quelle nate e cresciute sul territorio – ne sono ben forniti. Certo è fastidioso dover leggere le etichette ogni volta che si acquista un prodotto, però gli effetti  - anche in termini di soddisfazione personale – sono notevoli, per cui vi invito a fare un piccolo sforzo.
Per aiutarvi, ho scritto un elenco di prodotti cui potete fare riferimento, attendo i VOSTRI SUGGERIMENTI per arricchire le diverse categorie e aggiungere prodotti e produttori di tutte le nostre regioni.
BUONA SPESA MADE IN SOUTH A TUTTI

di Francesca Di Pascale

venerdì 22 luglio 2011

Briganti Traduttori, Creativi e Economo-giuristi

Cosa contraddistingue il popolo meridionale?? La cultura, la creatività, il sapere, le eccellenze!!
Per questo motivo Briganti ha lanciato l'iniziativa di "accorpare" tutte le teste pensati che amano il Sud in dei gruppi specifici.
Infatti abbiamo il gruppo Briganti|Traduttori che serve per tradurre testi e articoli di stampo meridionalista in tutte le lingue possibili per esportare la nostra rabbia nel mondo!

Ma abbiamo anche il gruppo dei Briganti|creativi che ha come scopo il creare qualsiasi cosa che possa servire alla rinascita della nostra terra!!

Infine abbiamo il gruppo dei  Briganti|Economo-giuristi che deve servire ad accentrare esperti in legge ed economia capaci di poter consigliare e difendere dai soprusi che ogni giorno subiamo sia a livello giuridico che economico!!

Ma non ci fermiamo qui, questo è solo l'inizio!! Ben presto si creeranno altri gruppi di altre discipline!! Migliaia di "TESTE PENSANTI" fanno più danni di decine di bombe atomiche!!!

Interviste dei Briganti: "Nando Dicè"

 di Francesca Di Pascale






I Briganti intervistano Nando Dicè, leader di Insorgenza Civile.
In una fantastica giornata primaverile, per la assolate strade di Napoli, Francesca Di Pascale, con la collaborazione tecnica di Gennaro Sampagnaro, pone le domande a Nando Dicè, il presidente di Insorgenza Civile.
Il percorso parte dalla storica sede del movimento meridionalista e ripercorre le tappe più importanti della carriera politica di Dicè.
Le domande sono state poste dagli iscritti alla pagina Briganti. Buona visone!!!

mercoledì 29 giugno 2011

Interviste dei Briganti: "Eugenio Bennato"

di Valerio Rizzo


Ho incontrato il più grande esponente attuale della musica popolare, il maestro Eugenio Bennato. Alla vigilia dell’intervista già si respirava nell’aria l’interesse per questo incontro. Ho utilizzato nuovamente la pagina più “sudista” di Facebook, “Briganti”, invitando le migliaia di persone iscritte a formulare domande al maestro e, si sa, la musica accomuna tutti, è arrivata una valanga di quesiti in meno di 24 h!! (Oltre 40). Per motivi di tempo ne ho selezionato poco più di una quindicina, mi scuso se non sono riuscito ad accontentare tutti, ma vi posso assicurare che le risposte di Eugenio sono così interessanti e, in alcuni casi così esplosive, che in qualche modo soddisferanno tutti.
Si è parlato di argomenti che vertono sul passato, sul presente e soprattutto sul futuro delle nostre terre. E finalmente si è messo fine alla diatriba ventennale sul testo della canzone “Brigante se more”. Buona lettura e buona visione del video a tutti!



PARTITI E ASSOCIAZIONI
Lucilla Parlato (Insorgenza Civile)
Qual è la vera storia della canzone "Brigante se more"? e del testo nella versione originale che dice “CE NE FUTTIMMO DO' RE BURBONE” e “NA JASTEMMIA” invece di "una preghiera"?
Eugenio Bennato: Questa storia è veramente ridicola! La canzone “Brigante se more” l’ho scritta io e c’è qualcuno che l’ha falsificata e cambiata. Ho scritto anche un libro dal titolo “Brigante se more”, quindi la risposta la do attraverso di esso. Quando scrissi le parole “nun ce ne fott' do' re burbone” intendevo sottolinearne il carattere anarchico e rivendicativo, che storicamente è più corretto. Quelli che hanno cambiato questi versi sono liberi di farlo, però almeno dicano che hanno falsificato il testo originale! “Brigante se more” è un mia creazione, mia e di Carlo D’Angiò, del 1980. Questa canzone ha avuto una grande storia e un grande merito: quello di aprire gli occhi a tanta gente.
Nando Dicè (Insorgenza Civile)
Che rapporto c'è fra Bennato e la Trasgressione?
Eugenio Bennato: Beh, dovrebbero essere gli altri a dirlo!La mia prima trasgressione avvenne quando a 20 anni, agli inizi degli anni ‘70’, fondai la Nuova Compagnia di Canto Popolare. Questo significava andare in direzione “impopolare” nel mondo giovanile. Eravamo nell’epoca della beat generation imperante, e ciò significava suonare il mandaloncello al posto della chitarra elettrica e così facendo scoprire un Sud nascosto, mentre a quei tempi si tentava di nasconderlo ancora di più, di non farlo trasparire, poiché molti ragazzi meridionali ripudiavano la loro appartenenza. Questi sono tutti gesti trasgressivi e probabilmente lo è anche l’ultimo che ho fatto, quello di celebrare i 150 anni dell’Unità scrivendo una ballata per Ninco Nanco e per Michelina De Cesare e i tanti brani dedicati alla contro-storia. Questa, sicuramente, è una manifestazione trasgressiva.
Enzo Riccio (Partito del Sud)
Qual è secondo te il miglior modo di diffondere la verità storica sulla "malaunità" del 1861? Anche per te questo è necessario, ma non sufficiente, per la riscossa economica, culturale e civile del Sud?
Eugenio Bennato: Il miglior modo è che ognuno si informi e legga! Il mio miglior modo è stato quello di scrivere “Brigante se more”, “Vulesse addeventare nu brigante” e “Canzone di Iuzzella”, e recentemente, dopo trent’anni, sono ritornato sull’argomento per scrivere quelle ballate che oggi rendono famosi personaggi come Ninco Nanco. Sicuramente prendere coscienza di quella storia ha un valore “contemporaneo”, non solo nostalgico e rivendicativo. “Contemporaneo” nel senso che i ragazzi che oggi fanno della brigantessa De Cesare un’icona, rappresentano una volontà di dare un’immagine diversa del Sud, di abbandonare il vittimismo, il fatalismo e di costruire qualcosa di nuovo con le proprie mani e le proprie forze, partendo dalle verità storiche e dall’esempio che ci dettero i giovani che nel 1860 si fecero ammazzare e morirono combattendo. Questo è il significato contemporaneo che io trovo tutte le sere ai concerti, diciamo una “presa di coscienza” della grande cultura del Sud.
INDIPENDENTISTI
Secondo te è pensabile una nuova Nazione Duo Siciliana o il Sud deve restare ancorato all'Italia?
Eugenio Bennato: Io questa ipotesi di tornare indietro nella storia non la vedo proprio! Il Sud deve restare unito all’Italia e all’Europa. La storia non fa marcia indietro! Il “nostalgismo” dei leghisti estremi lo lasciamo alla loro stupidità. Noi rivendichiamo un equilibrio, rivendichiamo che, in quella invasione da parte del Piemonte, il Sud è stato spogliato, depauperato, impoverito dalle rapine che l’esercito fece, a cominciare dal Banco di Napoli fino all’abbandono di fabbriche come Mongiana, in Calabria. Cose di cui si è taciuto! E’ importante affermare che la questione meridionale, questa ridicola “cosa” detta questione meridionale, l’hanno fatta nascere proprio coloro che hanno voluto annettersi in maniera così violenta il Meridione. Queste sono rivendicazioni importanti, e soprattutto è importante smetterla con questo senso di superiorità del settentrione che noi già abbiamo abbattuto con la musica, in quanto la musica etnica, negli ultimi trent’anni, e in particolare il movimento della Taranta, oggi crea un nuovo equilibrio. Dal Sud vengono fuori delle istanze artistiche di grande spessore. Quindi addirittura, per certi versi, si ribalta la situazione.
MERIDIONALISTI
Cosa pensi del centocinquantenario e della partecipazione compatta di molti meridionali a tale evento?
Eugenio Bennato: Io credo che questa manifestazione sia stata un’ennesima pagliacciata! Ho visto, proprio in quei giorni di marzo, dei meeting, dei dibattiti televisivi, degli show in cui, veramente, non si è detto niente. Ernesto Galli della Loggia continua a non dire niente, solo a vaneggiare, mentre Pino Aprile e altri dicono cose nuove e importanti. La celebrazione del 150° ha rifiutato il dibattito, le varie associazioni e partiti del Sud dovrebbero fare fronte comune per portare in piazza la grande potenza, oggi di natura diversa, che è la cultura. Io lo faccio tutte le sere coi miei concerti in tutta Italia. In questo momento sono a La Spezia, stasera si parlerà di Ninco Nanco e dei Mille partiti da Quarto, e ci sarà un grande entusiasmo come c’è stato ieri a Firenze. E’ importante che ci sia unità di intenti fra tutti quelli che hanno avuto il privilegio, dopo 150 anni, di conoscere la vera storia. Quella storia che per 150 anni è stata ignorata e molti meridionali ancora la ignorano! Come la ignoravano allora. Infatti nel 1860-61 gran parte della borghesia del Sud dette spazio a Liborio Romano, a Cavour e a La Marmora o a quei cialtroni come Cialdini, e si schierarono dalla loro parte. Poi c’erano i Briganti, evviva i Briganti!
Cantando per De Magistris, in qualche modo ti sei schierato politicamente. Ma il meridionalismo non dovrebbe essere distante da destra e sinistra?
Eugenio Bennato: No, non mi sono schierato politicamente. Ho semplicemente risposto ad un invito abbastanza gentile e insistente del Partito del Sud. Trovo che De Magistris mi abbia fatto abbastanza simpatia quella sera, però per me era semplicemente l’opportunità di incontrare un grande pubblico a P.za Dante. La questione destra-sinistra è una questione che non si pone perché penso che ci debba essere equidistanza, cioè la stupidità esiste a destra ed esiste a sinistra, così come l’intelligenza.
Pensi che nella "ribollente" galassia dei movimenti del Sud, che si è man mano ingrossata di tanti giovani (anche per merito della tua musica), possano "nascere" movimenti non più disposti ad accettare lo status quo? Quanto sei disposto a metterci la faccia in politica per le nostre terre?
Eugenio Bennato: Io la faccia in politica ce l’ho messa quando da ragazzo cominciai a parlare di questi argomenti. E quello probabilmente fu un gesto politico. Scrivere le parole “'Omm' s' nasc' brigant' s' mor'” è lasciare un segno forte, magari più di mille comizi o di mille dibattiti. Il rifiorire di questi movimenti è veramente stupefacente. Io non conosco di ognuno le istanze e le vocazioni, ma la cosa importante è che stia nascendo un grande dibattito e un grande movimento. Il 150° con la sua ufficialità ha bloccato tutto questo perché non lo ha preso in considerazione. Però il fermento è grosso e questo segue parallelamente due binari: quello della musica, laddove l’apertura di una scuola di Taranta a Bologna, a Torino e a Firenze ha costituito, di sicuro, un fatto rivoluzionario, e quello della storia, nel momento in cui il successo di “Terroni” di Pino Aprile è diventato un fatto importante nella cultura italiana, un fatto nuovo!
Cosa pensi del fatto che tuo fratello scriva prima "C'era un Re" e "Il capo dei Briganti", denotando quindi una certa conoscenza storico-risorgimentale, e poi scriva un inno ai 150 anni dell'unità d'Italia? Tu avresti mai fatto una cosa del genere?
Eugenio Bennato: Edoardo ha la trasgressione per antonomasia, lui essendo un artista può scrivere quello che vuole. Io quello che vedo è che spesso il pubblico, soprattutto quello politicamente motivato, tende a non comprendere. Faccio un esempio: la frase incriminata con cui è partita questa intervista: “E mo cantam' 'sta nova canzone, tutta la gente se l'ha da 'mparà, nun ce ne fott' do' re Burbone, a terra è a nosta e nun s'ha da tuccà” non ha nulla di anti-borbonico. Ovviamente il “filo-borbonico perso” questo non lo capisce, poiché è perso nella sua deficienza! “nun ce ne fott' do' re Burbone” non significa: “non ce ne frega niente dei Borbone” ma significa: “indipendentemente dal re Borbone, la terra ci appartiene!”. Quando si toccano certi tasti il pubblico spesso non riesce a comprendere e fraintende. Per quanto riguarda la canzone di Edoardo, la domanda dovete farla a lui.

DOMANDE ARTISTICO/MUSICALI
Cosa ne pensi del Festival della Taranta nel Salento? E dopo le amministrative ed i referendum, sta davvero nascendo una "nuova Italia" come canti in una tua recente canzone?
Eugenio Bennato: Quel festival credo sia una cosa molto positiva. Sono molto fiero che esista e vorrei dire, dopo 40 anni di carriera, che lo devono a me, o meglio, se esiste quella musica lo devono a me, perché abbiamo fatto in tempo a salvarla e a rivitalizzarla. Aspetto sempre, dopo 10 anni, che mi invitino al festival e quando si saranno scrollati dei loro complessi di inferiorità nei miei confronti lo faranno… In ogni caso è una cosa positiva perché è costituisce il segno dei tempi, è il segno di un Sud che vince!
Che stia nascendo una “nuova Italia” lo vedo tutte le sere quando sono sul palco, perché l’energia e l’entusiasmo sembrano un sogno. La nuova Italia non nascerà sui referendum o sui cambi di guardia politica, nascerà sui cambi di coscienza.
Cosa è cambiato ,da quando non eri famoso ad oggi? C'è mafia anche nelle case discografiche? E’ il governo che decide cosa ascoltare?
Eugenio Bennato: Si! Io tocco con mano la mafia delle lobby di distribuzione dei libri e dei dischi, ho by-passato questo ostracismo andando direttamente alla gente, però sicuramente c’è un problema molto grosso di sopraffazione da parte delle multinazionali, ma anche all’interno del nostro Paese. Ci sono organizzazioni che tendono a monopolizzare e a decidere. L’esempio più eclatante è la televisione. La Rai decide, ha creato una casta alla quale appartengono alcuni presentatori come Bruno Vespa, che è più importante di D’Alema, o Santoro che è più importante di tanti politici che vanno alla sua corte a farsi giudicare. Quindi esiste una casta che non ha niente a che vedere con le scelte, anche perché la televisione è quella che rincretinisce la gente, nel senso che crea una suggestione fittizia e al suo interno nascono poi dei poteri forti. E i poteri forti non sono solo Berlusconi, ma anche altri. Forse più forte di Berlusconi è Di Pietro, che attraverso la televisione ha fondato un partito dopo essersi fatto vedere da milioni di italiani (durante i processi di mani pulite ndr) e quindi in questo senso ha approfittato della gogna mediatica fatta ai politici al suo tempo (a Craxi e Forlani). Questo sicuramente è un meccanismo perverso dei nostri tempi.
Secondo te la 'malinconia' che si può riconoscere nella canzone napoletana classica e nelle forme più popolari della musica recente ha radici nella musica popolare più antica? è qualcosa di congenito come la 'saudade' portoghese-brasiliana o acquisito?
Eugenio Bennato: Si, hai citato la Saudade, soprattutto brasiliana, la malinconia è un modo di porsi, è uno stato d’animo del quale uno scrittore è interprete e per certi versi lo è anche l’ascoltatore. Però mi stai parlando di qualcosa di obsoleto, c’è la Napoli che noi ci siamo inventati negli anni ’70! Io, Edoardo, Toni Esposito, Pino Daniele, Enzo Avitabile e altri, questa Napoli non ha niente a che fare con la malinconia, ha a che fare con la vitalità, la lotta e l’energia!
Francesca Di Pascale
La canzone classica napoletana è, ormai da decenni, patrimonio dell'umanità più di quanto non sia patrimonio dell'Italia. La tradizione musicale popolare del sud è ricca e carica di suggestioni e di un fascino non descrivibile a parole. Come valorizzare questo patrimonio e quali iniziative mettere in campo perchè venga tramandato alle nuove generazioni?
Eugenio Bennato: Questo è un problema minimo perché nonostante non esistano istituzioni, manifestazioni e musei, la canzone napoletana è il simbolo dell’Italia nel Mondo. Quindi stiamo parlando di un problema debole, quasi inesistente. Valorizzare ancora di più? Si potrebbero fare tante cose…e Napoli è famosa per non curare le proprie “cose”! Ma questa lamentela la trovo inutile, poiché se vai a Tokyo, a New York o a Manila, dove sono stato di recente, cantano “O’ sole mio” e “Marì Marì”, quindi già abbiamo dato, grazie!!
Sei veramente consapevole di quanto importante sia il ruolo della tua musica nel veicolare un messaggio storico culturale di tale importanza ed imponenza, e di quanta energia essa trasmetta in chi è in grado di recepirla? In caso affermativo avverti il peso della responsabilità ?
Eugenio Bennato: Questa è una risposta in cui rischio di sembrare presuntuoso... Però io lo avverto giorno per giorno, ogni volta che scrivo una canzone. Sono consapevole che “Brigante se more” è stata addirittura alienata, cioè la scrivemmo talmente bene e interpretando alla perfezione il linguaggio popolare che a un certo punto qualcuno, diciamo sprovveduto e ingenuo, ha cominciato a dire che era un canto dell’800, il che non è vero! Però, comunque è stato cantato per 30 anni e continua ad essere cantato tutt’oggi come un inno. Stamattina ero a Firenze, mi ha telefonato mia figlia e mi ha detto: “Siamo passati per la villa comunale di Napoli e abbiamo sentito che contavano: Brigante se more!”. Quindi stiamo parlando di qualcosa di molto popolare che sicuramente ha cambiato tanto e questa consapevolezza io la avverto ogni volta che scrivo qualcosa. Adesso sta per uscire questo disco che si chiamerà “Questione Meridionale”, fatto tutto di brani inediti che ho scritto negli ultimi mesi e so che molti di questi brani verranno ripetuti e verranno cantati. La ballata che ho scritto per Ninco Nanco dice che lui deve morire perché si camp putess parlare e si parlasse putess dire qualcosa di meridionale, è stata cantata, in questa primavera, da decine di scuole, dai ragazzi delle scuole che lo hanno preso da You Tube. Ancora non è uscito il pezzo, eppure già se lo porteranno per tutta la vita! Quindi questa responsabilità di dire cose sensate ed equilibrate io l’avverto.
Ti occuperai anche della storia musicale siciliana e non solo?
Eugenio Bennato: Devo dire che vorrei occuparmi di tutto! Certamente la Sicilia è una regione che alla musica popolare ha dato tanto, basti pensare alla grandezza di Rosa Balistreri, alla poesia di Ignazio Buttitta o più recentemente a personaggi che fanno parte della mia vita e penso ad Alfio Antico, al Pastore di Lentini. Quindi la Sicilia fa parte profondamente della mia esperienza, ho scritto un pezzo nell’ultimo disco che si chiama “Mille” e racconta dello sbarco in Sicilia e dei siciliani che accolgono Garibaldi perché il Generale gridava: “La terra andrà a chi la lavora!”; falsa informazione che poi verrà smentita a Bronte subito dopo. Questo serve anche a capire che il Brigantaggio era alimentato soprattutto da tale rivendicazione sociale. Quindi la Sicilia c’è, e se me ne occuperò? Beh… io spero di fare tante cose!
Si potrebbe fare un bel concerto a tema che coinvolga tanti artisti famosi e amati dal pubblico, rigorosamente meridionali, a cominciare da tuo fratello e passando per Teresa De Sio, Petra Montecorvino, Pino Daniele e vari big e nomi minori?
Eugenio Bennato: Si! Io con Petra faccio continuamente concerti, Teresa viene spesso sulla mia scia, nel senso che ogni cosa che faccio dopo un po’ lei la ripete…comunque è un’interprete forte! Quindi se qualcuno lo organizzasse e se loro mi chiamassero, io parteciperei.
La frase: "Guardare avanti sì, ma a una condizione: che si tenga sempre conto della tradizione" è tua veramente, oppure è un'invenzione di Edoardo?
Eugenio Bennato: Questa è stata inventata da Edoardo, ma si riferiva a me ed era il periodo in cui stavamo fondando la Nuova Compagnia di Canto Popolare, e Roberto De Simone era il nostro grande nume tutelare. Quindi è una frase sua che però attribuisce a me, sostenendo: “Eugenio dice che io sono un rinnegato e che bisogna guardare avanti, ecc. ecc.”. Era un fatto ironico e un’autoflagellazione del rockettaro di fronte all’impegnato ricercatore di musica popolare che ero io.
Hai scritto il libro, è uscito il dvd, ma avevi promesso un nuovo cd con la raccolta delle canzoni sui briganti! Quando uscirà??
Eugenio Bennato: Io lo finisco domani mattina (19 giugno 2011 ndr) e uscirà fra due settimane, anche perché molti di questi brani del nuovo cd, “Ninco Nanco” e “Balla la nuova Italia”, sono già famosi e molto richiesti. Io li ho scritti l’anno scorso e li ho già suonati in concerto, quindi li hanno sentiti già migliaia di persone. Questo cd è già maturo e uscirà a breve, tra due settimane.


Valerio Rizzo: ti ringrazio Eugenio per la tua attenzione e la tua disponibilità e quando hai tempo seguici sulla nostra pagina “Briganti”
Eugenio Bennato: con piacere Valerio, grazie a tutti quelli che hanno formulato le domande. Sono stimolanti e poi testimoniano un interesse sull’argomento. Grazie a tutti.


martedì 28 giugno 2011

Storia della brigantessa Francesca La Gamba

Tratto da "Storie di donne diverse - Le brigantesse ottocentesche del meridione d'Italia" di Valentino Romano


E' difficile attribuire una data di nascita al brigantaggio femminile, ma una prima significativa figura femminile di età moderna può essere individuata in Francesca La Gamba, nata a Palmi (RC) nel 1768 e attiva nel decennio di occupazione francese (1806-1816).

Francesca, filandiera di professione, madre di tre figli, divenne capobanda, spinta da un'incontenibile sete di vendetta contro i francesi che l'avevano colpita negli affetti più cari. Rimasta vedova del primo marito, dal quale aveva avuto due figli, convolò in seconde nozze. Avvenente d'aspetto ed esuberante nel carattere, attirò le mire di un ufficiale francese che, invaghitosene, tentò - forte della sua posizione sociale - di sedurla. Respinto dalla fiera Francesca il militare pensò di vendicarsi in maniera terribile. Nottetempo fece affiggere un falso manifesto di incitamento alla rivolta contro l'esercito francese di occupazione ed il mattino successivo fece arrestare i figli della donna, accusandoli di essere gli autori della bravata. Alle suppliche di Francesca, l'ufficiale fu irremovibile: i giovani subirono un processo sommario e furono fucilati.

Francesca, pazza di dolore, si unì ad una banda di briganti che operava nella zona, dismise gli abiti femminili ed indossò quelli dei briganti.

In breve fornì prove di ardimento tali da divenire il capo riconosciuto della banda stessa, seminando ovunque il terrore. I francesi si accanirono nella caccia della donna, fino a quando un loro drappello cadde in un'imboscata tesa da Francesca. Tra i soldati fatti prigionieri la sorte volle che ci fosse proprio l'ufficiale suo nemico. Con una coltellata Francesca gli strappò il cuore e lo divorò ancora palpitante.

Nell'orrore di questa vicenda, pure caricata di colore dal mito, possono leggersi le ragioni che hanno spesso indotto tranquille popolane meridionali a trasformarsi in Erinni vendicatrici: la prevaricazione degli occupanti, il loro disprezzo per gli affetti feriti, l'irrefrenabile ansia di vendetta suscitata nei popoli conquistati.

Crollato il mondo familiare intorno al quale si è costruita a fatica una pur misera esistenza, la vendetta femminile si dimostra ancor più feroce di quella maschile.

lunedì 20 giugno 2011

Fa caldo....cosa c'è di meglio di un buon gelato per trovare un pò di refrigerio....e se vi dicessi che il gelato è un'invenzione tutta siciliana?

di Francesca Di Pascale

Alla fine del IX secolo gli Arabi occuparono la Sicilia dove trovarono i nevaroli dell'Etna e le neviere, che per secoli rappresentarono la sola soluzione sia per il piacere dei prodotti freddi, sia per la conservazione. Poiché con il miele, unico dolcificante noto allora, non sarebbe stato possibile creare una granita, è grazie alla canna da zucchero che gli Arabi rinvenirono in Sicilia che fu possibile creare le prime granite.

Lo scrittore arabo Ibn Ankal scrive:

«Lungo la spiaggia, nei dintorni di Palermo, cresce vigorosamente la canna di Persia e copre interamente il suolo; da essa il sugo si estrae per pressione. »

Inoltre in Sicilia si trovava abbondantemente il sale marino e la neve (sull’Etna, sui monti Iblei, sulle Madonie).

Notizie più certe riguardo al gelato si hanno sul trezzoto di Francesco Procopio dei Coltelli, un cuoco siciliano, che nel 1686 riuscì a preparare la miscela che tutti noi conosciamo oggi. Egli riuscì a introdurre alcune tecniche di refrigerazione presso le cucine dei re di Francia prima, e in seguito presso il Café Procope di Parigi, dove veniva servita una grande varietà di gelati.

Il gelato come "impresa" deve nuovamente le sue origini a Francesco Procopio dei Coltelli, cuoco siciliano.

Procopio utilizzò un'invenzione del nonno Francesco, un pescatore che nei momenti di libertà si dedicava allo studio di una macchina per la produzione di gelato la quale ne perfezionasse la qualità fino ad allora esistente. Un giorno riuscì nel suo intento, ma ormai anziano decise di lasciarla in eredità al nipote. Procopio, tempo dopo, stanco della vita da pescatore prese la sua macchinetta e cominciò a sua volta a studiarla, fece diverse prove e alla fine decise di partire in cerca di fortuna

Arrivò, dopo tanti insuccessi e successivi perfezionamenti, fino a Parigi.

Scoprendo l'uso dello zucchero al posto del miele, e il sale mischiato con il ghiaccio (eutettico) per farlo durare di più, fece un salto di qualità e venne accolto dai parigini come geniale inventore: aprì nel 1686 un locale, il Café Procope. Dopo poco, dato l'enorme successo ottenuto, si spostò in una nuova e più grande sede (oggi in rue de l'Ancienne Comédie), di fronte alla "Comédie Française".

Quel "Café" offriva: "acque gelate" (la granita), gelati di frutta, "fiori d anice", "fiori di cannella", "frangipane", "gelato al succo di limone", "gelato al succo d'arancio", "sorbetto di fragola", in una "patente reale" (una concessione) con cui Luigi XIV aveva dato a Procopio l'esclusiva di quei dolci. La fama di "più celebre Caffè letterario d'Europa" deriva dal fatto che i suoi clienti non erano soltanto gli attori, le attrici e gli altri componenti della Comédie Française, ma anche e soprattutto degli intellettuali, filosofi, letterati, Voltaire, George Sand, Balzac, Victor Hugo, Diderot, D'Alembert, De Musset, il Dottor Guillotin che diede la ghigliottina alla Francia, il tenente Napoleone che una sera lasciò in pegno il suo Bicorno per non avere avuto il denaro necessario a pagare le consumazioni offerte ai suoi amici...

Il "Café Procope" esiste ancora, anche se non più esercente la brillante attività che lo rese famoso in tutta Europa.

Dunque la diffusione su scala "industriale" del gelato nel mondo partì dalla Sicilia e più precisamente da Catania. Nel 1773 lo scozzese Patrick Brydone scriveva: "L'Etna fornisce neve e ghiaccio non solo a tutta la Sicilia, ma anche a Malta e a gran parte dell'Italia, creando così un commercio molto considerevole".

Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Gelato

venerdì 3 giugno 2011

A Motta S. Lucia divampa il “Fuoco del Sud”

di Valerio Rizzo



MOTTA S. LUCIA (CZ) – Non chiamate i pompieri! L’incendio è di natura culturale!
Proprio così, nel paese alle propaggini della Sila Piccola, immerso nella lussureggiante vegetazione, si sono incontrate decine di “focolai” che in questi anni stanno divampando nelle regioni meridionali.
Ma il lettore si chiederà: perché Motta?
Per rispondere a questa domanda bisognerà fare qualche passo indietro.

Motta Santa Lucia si erge a 590 metri sul livello del mare, geograficamente posta nella bassa valle del Savuto.
La storia di Motta è come quella di tanti altri paesi del Sud: dominazione greca, poi saracena, fino ad arrivare al Regno di Napoli e infine al Regno delle Due Sicilie.
Ma gli eventi tragici accaduti durante la conquista sabauda-piemontese, fanno diventare Motta il fulcro di quella ingiustizia storica che, ancora a distanza di 150 anni, si ha paura di svelare.
Il paese ha dato i natali al brigante Villella, il partigiano del Sud i cui resti furono oggetto di studio dello pseudo-scienziato razzista Lombroso, il quale concluse che la fossetta sporgente del cranio di Villella era la prova scientifica che le popolazioni del Sud fossero etnicamente inferiori e portate a delinquere. Da quelle scellerate teorie nasceranno le discriminazioni ed il razzismo, tutt’ora perpetrato dalla Lega, contro i meridionali.
Ma si sa, la storia alla fine è un cerchio che si chiude, e a distanza di un secolo e mezzo il sindaco di Motta, Amedeo Colacino, scopre di essere diretto discendente del brigante Villella e da quel momento in poi spende la sua vita per far ritornare i resti del suo avo nel comune calabrese. Infatti attualmente il teschio si trova ancora nel museo degli orrori di Torino, il museo Lombroso, sulla scrivania del visionario che lo utilizzava come ferma carte.

Ma veniamo ai giorni d’oggi. Come anticipato a Motta S. Lucia, a fine maggio, ha avuto luogo il più grande congresso di aggregazione di tutti quei movimenti politico-culturali del Sud. Si sono raccolte, come in un grande contenitore, tutte quelle fiammelle che a breve divamperanno in un incendio che libererà il Sud.
Nove, tra partiti e movimenti, hanno sotto­scritto un patto di unità d’intenti e di azione a cui si sono unite altre cin­que formazioni.
Dal congresso è emerso un “grido” di giustizia e di libertà con lo scopo di riven­dicare la dignità delle popolazio­ni del Mezzogiorno, offese nella memoria e nella quotidianità da non più tollerabili menzogne sto­riche, soggette ad una condizio­ne colonialista perpetrata dalla partitocrazia imperante che ha sottratto ogni forma di diritto al­lo sviluppo e al lavoro.
Hanno firmato questa intesa le maggiori compagini del neo-Meridionalismo: il Partito del Sud, In­sorgenza civile, il Partito per il Sud, Sud in movimen­to, Lucania Viva, Terronia, i Comitati Due Sicilie, il Movi­mento dei paesi di quartiere e il Movimento meridionale.
A questi si aggiungeranno presto altre grandi ed importanti formazioni come: Insieme per la rina­scita, Identità medi­terranea, Cass Sicilia,  Movimento per il Sud e Altro Sud .
Insieme al sindaco di Motta, Colacino, uno degli autori di questa pagina storica del meridionalismo è stato Lino Patruno, ex direttore della Gazzetta del Mezzogiorno e attuale Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Puglia, che col suo recente libro, “Il fuoco del Sud”, sta intercettando tutte le istanze di riscatto del Mezzogiorno.
Sono intervenuti anche Antonio dell’Omo, Domenico lannantuoni, Giusep­pe Spadafora, Maurizio D’Angelo, Nicola Manfredelli e Saro Messina.

Più volte i vari movimenti avevano tentato di unirsi, ma spesso, a causa anche di stupidi personalismi, non se n’era fatto più niente.
Questa volta però è diverso, questa volta si è capito che c’è un mare di cittadini che “sanno” e che hanno bisogno di una svolta politico-sociale. Se quello che è nato a Motta si trasformerà ben presto in qualcosa di concreto, ciò che ne scaturirà sarà “inondato” di consenso dal popolo del Sud!
Ma soprattutto bisogna fare in fretta, prima che la Lega raggiunga il suo obiettivo: dopo averci rapinati per 150 anni, adesso potrebbe scappare con la “cassa”!

giovedì 2 giugno 2011

LA REPUBBLICA UNIVERSALE DI FILADELFIA

TRATTO DAL BLOG  Un popolo distrutto







Questa storia che voglio raccontare è un pezzo del risorgimento che è noto a pochi per vari motivi, il primo sempre lo stesso che i fatti che accadevano nel nostro sud dovevano essere nascosti in quanto eravamo (e siamo) terra di conquista e secondariamente in questa "strana" storia erano coinvolti personaggi importanti per l'epoca capaci di creare un notevole scalpore e di riaccendere la scintilla sulle povere popolazioni meridionali ad atti di rivolta sociale definiti "brigantaggio" dalle  truppe di occupazione!   
Dopo l'Unità, diversamente da molti suoi compagni di lotta, Raffaele Piccoli (vedi nota a), non si integrò nel nuovo regno, rimanendo coerentemente repubblicano, così nel maggio del 1870 partecipò all'insurrezione repubblicana nella cittadina calabrese di Filadelfia assieme a Ricciotti Garibaldi (vedi nota b). L'insurrezione non ebbe successo e Piccoli riparò a Malta. Processato in contumacia, gli venne revocata la pensione attribuitagli come veterano dei Mille, unica fonte di sopravvivenza. Tornato in patria nel 1880, in miseria si tolse la vita a Catanzaro.             
Era il 7 di maggio del 1870, gli insorti di Filadelfia ispirandosi agli ideali mazziniani issarono la bandiera repubblicana, ma la popolazione già troppo scossa dalla recente conquista unitaria causa di tanti lutti e sofferenze subite dai fratelli italiani, non partecipò all'insurrezione che doveva portare più giustizia proprio tra i poveri ed ignoranti contadini.       
Siamo all’indomani dell’Unità d’Italia, l’insorgenza del brigantaggio è stata da poco debellata. Mazzini, sempre esule, avanti negli anni e provato nello spirito, non ha completamente deposto le speranze di riannodare il filo della cospirazione. Spera di accendere il fuoco della rivolta soprattutto nel Sud, dove, a tanti anni di distanza dagli sfortunati tentativi del Pisacane e dei fratelli Bandiera, il malcontento creato dalla tassa sul macinato, dalla coscrizione obbligatoria e dal prepotere dei ceti proprietari avevano fatto rifluire le speranze che l’unificazione aveva suscitato nelle popolazioni. I suoi seguaci passeranno all’azione nella primavera del 1870 nell’Italia centrale, in Sicilia e nella provincia di Catanzaro (i cosiddetti “fatti di Filadelfia”, a cui partecipò anche il figlio di Garibaldi, Ricciotti, assieme a molti Girifalcesi e Cortalesi). Del primo episodio abbiamo una intensa rievocazione filmica in “San Michele aveva un gallo” dei fratelli Taviani, del secondo è possibile rinvenirne traccia nella letteratura contemporanea, “Il birraio di Preston” di Camilleri: entrambe queste fonti potranno essere utilizzate per introdurre alla lettura dei documenti che riguardano gli avvenimenti. L’argomento è poco noto anche all’interno della ristretta cerchia degli specialisti, ulteriore segno dell’indebolimento della memoria collettiva e della debolezza degli studi storici calabresi: se ne occuparono in passato due studiosi di valore, Pavone negli anni ’50, Alatri nel 1970 ed è stato più recentemente ripreso in un pregevole lavoro di Michele Rosanò. Il saggio di P. Alatri, “Il moto repubblicano del 1870” potrà essere usato per una ricostruzione generale degli avvenimenti, mentre dallo studio di C. Pavone sulle “Bande insurrezionali della primavera del 1870” si potranno estrarre i documenti sulle bande calabresi, soprattutto le relazioni inviate al governo dei militari incaricati di sedare il moto da cui emerge una acuta descrizione della realtà sociale delle nostre contrade paragonabile a quella contenuta nella relazione Massari sul brigantaggio. Dalla lettura di alcune pagine del libro di Michele Rosanò, “I moti repubblicani del 1870 nella provincia di Catanzaro”, si potranno ricavare preziose informazioni sulla Girifalco e sulla Cortale del tempo mentre lo scritto di Antonio Cefaly del 1880, “Sulle condizioni dell’agricoltura e delle classi agricole nel mandamento di Cortale”, fornirà una vivida descrizione delle condizioni materiali di vita dei nostri antenati. Queste sequenze dimostrano che la storia locale non è una disciplina minore, ma è necessariamente legata alla storia generale: l’una e l’altra si integrano e si completano a vicenda. la "Repubblica di Filadelfia (4 maggio 1870), durata tre giorni. La sollevazione popolare fu guidata da Ricciotti Garibaldi che si pose alla testa di un moto antigovernativo in cui confluirono filoborbonici, briganti e cattolici. La rivolta partì da Curinga, dove fu proclamato il governo provvisorio repubblicano. A Filadelfia nel contempo veniva proclamata la Repubblica Universale. Il sogno utopico svanì presto e i rivoltosi furono sconfitti a Cortale dalle truppe regie e il figlio di Garibaldi, dopo essersi battuto strenuamente, riuscì a sfuggire alla cattura.            Per molti il termine "tamarro" è un'ingiuria, ma in questa parola, come in altre, si denominano le classi rurali calabresi che seppero con orgoglio, lavoro e sacrifici combattere la malaria e le incursioni saracene. II popolo contadino, legato alla propria terra e alla propria cultura, diede la caccia ai giacobini e fece la fortuna dei baroni, proprietari terrieri, i cosiddetti "gnuri". Un popolo che rifiutò la piemontesizzazione dei propri costumi per ribadire la propria identità e specificità contro la forzata colonizzazione dei nuovi conquistatori, pagando con la vita la sua ribellione.
Il Conte Carlo Plutino, nei primi anni del XIX secolo, fu uno degli imprenditori più innovativi. Nelle sue tenute di Archi aveva allestito un sistema integrato di aziende agricole intorno alle colture specializzate, attuando un sistema di canalizzazione delle acque dei sette fiumi del territorio. Inoltre, nel reggino esistevano 102 filande che davano occupazione ad oltre 3.000 operai, soprattutto donne. Mastri scalpellini e intagliatori, artigiani, lavoratori tessili che producevano panni e abiti ricercati anche dal poeta D'Annunzio, davano lustro e ricchezza alle nostre contrade. Esistevano una borghesia e un clero, in cui galantuomini, canonici ed abati diedero sviluppo allo spirito associazionistico attraverso confraternite, logge e società di mutuo soccorso al servizio del progresso del popolo. Per un territorio come Archi, queste ricostruzioni di microstoria sono anche un riferimento civile per quei giovani che guardano alla terra dove vivono come un quartiere attualmente in degrado. Questa "Storia" può rappresentare un'eredità, un richiamo alla memoria storica di un mondo con le sue tradizioni, le sue specificità e identità scomparse per l'ignoranza e l'incuria degli uomini. Una storia così nobile, cancellata da cataclismi, rovine e violenze non può essere dimenticata, ma va invece rivalutata e rivissuta nelle scuole, nella toponomastica, ma, soprattutto, nella coscienza civile dei suoi abitanti. (citazione di Daniele Zangari ).
L'ANTEFATTO
 Nel 1861 si ritrovarono a Londra Bakunin, Mazzini, Garibaldi e Luigi Kossuth, i quali convennero sulla necessità di un’azione immediata,data la situazione in cui versava l’Italia, lontana dal rigore morale del pensatore genovese, con Firenze e non Roma capitale, e con una società disuguale, nella quale le masse agricole meridionali vivevano di stenti e di umiliazioni. Si ignora se in tale incontro maturò un comune programma di lotta, ma a Catanzaro, dopo la fondazione da parte del Mazzini, nel 1866, dell’Alleanza repubblicana universale, i principi bakunisti e le aspirazioni mazziniane vennero unitamente propagandate da Raffaele Piccoli e da Giuseppe Giampà, quest’ultimo direttore del giornale “La luce calabra”, entrambi persuasi dell’urgente presa di coscienza da parte dei contadini, per la realizzazione di una società organizzata in forma repubblicana, nella quale gli uomini fossero liberi e senza classi, riuniti in un fraterno consorzio umano, senza costrizione alcuna.
LA STORIA

Approfittando del trasferimento, a seguito di promozione, del duca di Vastogirardi, prefetto di Catanzaro, alla sede di Trapani in data 28 febbraio 1868, il Giampà, richiesta ed ottenuta l’adesione di
Ricciotti Garibaldi, preparò l’insurrezione armata, scegliendo come zona di reclutamento Curinga, Cortale, Filadelfia e Maida.  Ai primi di maggio i congiurati raggiunsero Maida e Curinga, dove, secondo un cronista dell’epoca, trovarono gli appoggi necessari ed i rinforzi sperati. Il sei maggio la truppa mosse per Filadelfia, scelta quale sede del quartiere generale , sia per i precedenti del 1948 e del 1860, sia per gli appoggi di un certo potentato economico locale, di matrice garibaldina e borbonica. Il quartiere generale venne posto nel palazzo Serrao, i cui proprietari militavano nel fronte politico progressista e governavano il Comune con Bernardo Serrao, reduce dal Volturno, sindaco. Venne emesso uno statuto e battuta la moneta repubblicana. La truppa regia, però, arrivò improvvisamente dal Timpone alle ore sette dell’otto maggio, guidata da un brigadiere dei Carabinieri, alla testa del 63° fanteria regia. Mancò il tempo a Ricciotti Garibaldi ed a Giampà di organizzare la resistenza. I seguaci del movimento, tutti giovani contadini poco abili nel maneggio delle armi da fuoco, furono irrimediabilmente sconfitti, ventiquattro elementi vennero catturati compreso il Giampà, mentre Ricciotti Garibaldi nascosto in un primo tempo nella palazzina dei Serrao in località “Curti”, veniva catturato a Pizzo e rinchiuso nel castello Murat. (Questa fonte cita l'arresto di Ricciotti, ma quando conosceremo la vera storia?)    

domenica 29 maggio 2011

1970. LA RIVOLTA DI REGGIO CALABRIA CONTRO LO STATO STRANIERO

Riportiamo gli scritti del grande maestro Nicola Zitara, scomparso l'anno scorso, sulla rivolta di Reggio. Leggerla fa scaturire rabbia su rabbia! Ringraziamo Angelo Fusco per aver trascritto la nota.

 
Prima che vedessi con i miei stessi occhi, avevo immaginato la Rivolta di Reggio come uno di quei fatti insignificanti che la stampa afferra e gonfia, per attrarre lettori e inserzionisti pubblicitari. Il Sud era morto a ogni forma di risentimento. Le offese che la patria italiana ci aveva inferto e ci infliggeva colavano lungo le nostre facce di bronzo lasciandole completamente impassibili. Sempre servili, sempre attenti a non deludere l’Italia, potevamo piegarci a qualunque soperchieria.          
Chiusa la caotica parentesi postbellica, che ci aveva permesso qualche larghezza, ad esempio le lotte contadine per la terra, una ribellione sudica contro il venerato stato unitario era assolutamente inimmaginabile. Certo, a quel tempo la contestazione giovanile attraversava tutto l’Occidente, scatenando dovunque -oltre al resto- consistenti forme di iconoclastia statuale. Ma che in Calabria, dove anche i mafiosi più spavaldi cercavano l’amicizia dei reali carabinieri, qualcuno alzasse la mano contro lo stato, era una cosa che stravolgeva ogni coordinata sociologica.                          
Dopo l’annessione sabauda, il paese napoletano e la Sicilia erano scomparsi progressivamente come realtà, degradando, prima, a Questione meridionale -qualcosa che stava tra lo storiografico e l’antropologico- approdando, poi, a mera espressione geografica: territori popolati da uomini che assumevano rilevanza demografica se e quando utili alla patria italiana. Caso eclatante, la guerra all’Impero austriaco, che i fanti padani e le brigate alpine non se l’erano sentita d’affrontare da soli. In tale circostanza i contadini meridionali erano stati proclamati italiani a tutti gli effetti militari e invocati a difesa della lontana, sconosciuta e oppressiva Valle Padana. Casi meno eclatanti, ma non meno importanti: il ripianamento della bilancia estera italiana con lo spudorato uso delle rimesse dei terroni emigranti, e l’impiego della corrispondente valuta per convertire l’immane debito pubblico (padano) e per dotare di impianti moderni la nascente industria (sempre gloriosamente padana); ciò nello stesso momento in cui il Sud invocava spasmodicamente lavoro (in sostanza nuovi investimenti).                                                                                                                                                                 
In verità, l’opera di assoggettamento del Sud era stata condotta con spregiudicata eleganza; quasi senza lasciare tracce. Intonando patriottici inni, facendo squillare vibranti ottoni, sventolando tricolori, labari, gagliardetti e medaglieri, producendo una legislazione apparentemente appoggiata su una sola gamba, ma in effetti articolata su due, come la gru di Chichibio, l’Italia aveva piegato il Sud alle sue necessità di aspirante potenza militare ed economica. Ovviamente la soggezione presupponeva la negazione dell’identità storica meridionale. Ma la cosa funzionava soltanto con le classi istruite, che sin dalla prima elementare -anzi sin dall’asilo- potevano essere rieducate al disprezzo della propria terra e all’esaltazione dell’ethos venale e del verbiloquente epos guerresco dei toscopadani. Non aveva invece senso presso i contadini e il proletariato urbano. Volendo riparare, italianamente e pretescamente si escogitò un darwinismo terronico, contemplante l’inferiorità razziale dell’homo sudico, non sempre erectus, meno che mai sapiens, immancabilmente deficitario di scatola cranica e di materia grigia, di pubblica e privata moralità (su detta linea c’è ancora tanti, per esempio l’americano Putnam e persino il sudico Arlacchi, presidente, o quasi, dell’ONU).                                                                                                 
Arretratezza storica, malgoverno borbonico, crocianesimo, lombrosismo contribuirono a comporre l’alibi vincente con cui la nazione una poté ribaltare le responsabilità del colonialismo interno addossandole tutte sugli stessi meridionali, quelli vivi e quelli morti.                              
Certo, anche il Sud era Italia, una parte della patria, ma solo come Questione meridionale. Per il suo bene supremo, era necessario che si emendasse, che si riscattasse dalle sue storiche ed etnografiche colpe, ovviamente, servilmente imitando l’Italia restante. Commossi, straziati, i meridionalisti avevano condotto defatiganti inchieste, le quali avevano stabilito che tutto il Sud era uno sfasciume pendulo fra due mari. Senza, però, ricordare né a sé né agli altri che lo sfasciato sfasciume manteneva il paese e pagava, con le sue esportazioni agricole, il debito estero padano.                           
Pur assolvendo a tale nazionale e patriottico ruolo, i contadini sudici rimanevano poveri. Essendo poveri erano anche denutriti. Bisognava quindi che italianamente mangiassero qualche pagnotta di più. Per farlo, erano necessari dei soldi. Ma i soldi non c’erano. A qualcuno venne anche in testa che i soldi non c’erano, perché se li pappava lo stato, cioè il Nord. Ma evidentemente non era una cosa seria, degna dell’Italia una (neanche Arlacchi l’avrebbe ben giudicata). Inoltre i contadini erano analfabeti. Lo erano perché non andavano a scuola. Ma non andavano a scuola perché le scuole non c’erano. E se le scuole non c’erano, la colpa era tutta dei borboni, che non avevano provveduto ad elevare il popolo.                                                                                                      Dopo tanto ben architettato trattamento, alla data del 1970, il Sud era ridotto a meno di un morto che parla. In effetti non parlava. Era ammutolito, esterrefatto, inebetito, non possedeva più le idee e le risorse per comunicare umanamente con il mondo. Di esso si sapeva soltanto quel che raccontava Amleto: che c’era del marcio in Danimarca. Un cratere che vomitava clientelismo, malaffare politico e malavita organizzata.                                                                                                                
La discriminazione nazionale era stata introiettata e aveva messo radici. Il Sud era alla vergogna di sé, alla prostrazione economica e politica. Svisato del passato e del presente, negato a se stesso, aveva sopportato tutto: offese, spoliazioni, sopraffazioni d’ogni genere. Sempre applaudendo i proconsoli di turno; ieri Ferdinando Nunziante e Giovanni Nicotera, all’atto, il colto Misasi e l’intraprendente Mancini. Ciò spiega la sorpresa dell’opinione pubblica nazionale per la Rivolta di Reggio -benché preceduta dal moto di Battipaglia- e contemporaneamente la finta indignazione dei giornali.                                                                                                                                            Battipaglia e Reggio sono due casi esemplari di città che fino agli anni Cinquanta avevano in qualche modo resistito all’oltraggio italiano e al regresso meridionale, giungendo alla resa dei conti con il colonialismo interno e l’ilotismo nazionale solo dopo il miracolo economico italiano.                
Della Rivolta di Reggio la stampa neosabauda e la televisione governativa furono forse la causa scatenante, comunque delle protagoniste facinorose. Infatti, alla rivendicazione sicuramente legittima del capoluogo regionale, che alla città reggina veniva scippato attraverso una delle congiure di cui è costellata, in Italia, la vicenda politica postbellica, con la faziosità in alto richiesta, esse appiccicarono l’etichetta della gretta rivendicazione municipalistica, il pennacchio.               
Sarebbe stato divertente leggere cosa avrebbero scritto codesti liberi operatori della penna se Modena avesse rapito la secchia di prima città emiliana, e Bologna fosse insorta. Transeat. Il giornalismo farcito al gusto di anticamera di Palazzo romano è consentito solo quando è di scena il Sud.                                                                                                                                                             
La politica cosiddetta di corridoio -in effetti le congiure di palazzo- sono state (e sono ancora) un tratto tipico, caratteriale, dei cosiddetti partiti costituzionali. Si autodefinirono in tal modo gli ex Comitati di Liberazione Nazionale (CLN), poiché toccò ai loro massimi leader dettare, in sede d’Assemblea Costituente, la legge primaria; una costituzione indubbiamente moderna e civile, ma altrettanto sicuramente velleitaria e impotente di fronte alla realtà sociale italiana, organizzata e diretta da un sistema capitalistico parassitario, intrallazzista e geograficamente minoritario. Ovviamente al Sud fu consentito di partecipare solo di nome -e mai di fatto- alla riorganizzazione postbellica, sia a quella costituzionale sia a quella materiale. I suoi interessi non erano in linea -insignificanti, stranieri, retrivi, qualunquisti, anzi beduini- con gli interessi emergenti, con le progressive sorti del capitalismo padano e gli allori della Confindustria.                                              
Pur non costituendo niente, il Sud ebbe egualmente i suoi partiti costituzionali, anzi le loro filiali suburbane e sudiche: in pratica gli stessi comitati massonici e papalini dell’epoca notabiliare prefascista, che, l’8 settembre 1943, gli angloamericani avevano restaurati in trono. I quali, forti del vuoto politico creato dalla fellonia del re Savoia -e dovendo essi avvolgerla di nuovi allori e legittimare lo stato quale patria istituzione- ebbero mano libera per reimpiantare nel paese meridionale il malaffare con cui il sistema padano teneva aggiogato il paese sudico durante l’età giolittiana e le precedenti, sicuramente non meno gloriose e meritevoli. Dovettero, però, prima legittimare se stessi, e per far questo si impancarono a CLN (il quale era composto dai partiti democristiano, socialista, comunista, liberale, d’azione, del lavoro), praticamente a governo del paese meridionale. Ovviamente la lotta di liberazione, i loro leader, se l’erano fatta a casa, o magari al mare, e ciò per il semplice motivo che i fascisti erano stati tolti di mezzo dagli angloamericani, i quali ci avevano liberati prima che ci dessimo da fare per liberarci da noi.                                     
Eccezion fatta relativamente a singole persone e determinati luoghi, sin dal principio il legame tra i partiti del CLN e le popolazioni meridionali ebbe un carattere deteriore: sostanzialmente clientelare, nei casi migliori paternalistico. In prosieguo, capito che il vento spirava dal Nord, i suddetti impararono il vangelo resistenziale e lo predicarono ai paesani, continuando ad operare impunemente da ladroni pubblici, come al glorioso tempo del glorioso Giolitti.                                 
Solo il PCI ebbe un’origine popolare (e naturale), quale espressione delle masse contadine scese in campo contro i proprietari. Ma il legame ebbe presto una poco gloriosa fine. Infatti avendo anch’esso optato per la Ricostruzione solo del Nord, non ebbe altro modo per beccarsi i voti dei cafoni che continuare a vaneggiare di spartizione di latifondi e di continuare a maneggiare, con un ardore degno di miglior causa, l’archeologia economica. Ma ai contadini non ci volle molto per capire l’antifona. A quel punto preferirono la nuova America e presero i treni che Valletta spediva da Torino. Ovviamente pagandosi il biglietto di tasca loro. Resta solo il dubbio se il PCI non abbia saputo o non abbia voluto -poco marxisticamente- capire che il generale processo di modernizzazione in Europa aveva archiviato per sempre Caio e Tiberio Gracco, nonché la millenaria lotta per la proprietà contadina, ponendo in primo piano la lotta contro il sottosviluppo.      
La Rivolta scoppiò in questo clima di generale estraneazione nordista, con una borghesia che si sentiva nazionale se e quando riceveva i resti dell’italico banchetto e con il proletariato che s’era fatto finalmente nazionale dormendo nelle soffitte di Torino e ungendo di sudore e d’amare lacrime le catene produttive del trionfante Valletta. Alla popolazione di Reggio, che si poneva apertamente contro l’assetto nazionale, i giornali e la TV, dominati funzionalmente e idealmente dai partiti ex CLN, dedicarono malcelati giudizi di primitività, di faziosità, di becerismo.                               
Sull’evento esiste un consistente numero di libri (da ultimo, Francesco Scarpino, La rivolta di Reggio Calabria tra cronaca e mass-media). Non ho argomenti per aggiungerne un altro. Vorrei solo notare qualcosa che mi pare generalmente sfuggita: per la prima volta, in tutti gli ottant’anni della sua storia, la sinistra italiana si pose a fianco della repressione governativa e poliziesca e contro il popolo. Ove occorresse, si tratta di un’ulteriore riprova che, dopo venticinque anni di democrazia, il proletariato meridionale stava nel cuore della sinistra nazionale soltanto per i voti che poteva dare. Il sentimento (o meglio, la sua mancanza) venne in luce proprio in tale circostanza e ad opera delle frange (non storiche) della stessa sinistra italiana.                                                                                    
Nel 1970 si era ben lontani dal tetro conformismo attuale, dal plumbeo panorama ideale che esclude ogni forma di critica al sistema imperante, attruppa le idee nella tomistica del capitale, dio e taumaturgo, e piega gli intellettuali a inchinarsi al trono (anche se di cartapesta), chiunque vi sieda: Berlusconi, Agnelli, Veltroni. Fuori del Sud, la contestazione traboccava persino dentro i compatti, impermeabili territori della sinistra comunista e sindacale.                                                              
Quando gli inviati della stampa di ultrasinistra raggiunsero la provincia marginalizzata del profondo Sud (era questa l’ultima invenzione linguistica che ci toccava subire dagli italiani civili) per cercare di capire come mai il proletariato reggino si facesse strumentalizzare dai boia chi molla, non trovarono sul campo altra spiegazione, se non quella delle cause remote: i moventi di ordine occupazionale di cui parlavano i Quaderni calabresi, una pubblicazione fuori del giro della dorata intellighenzia capitolina, ambrosiana e taurina; i quali Quaderni appartenevano, però, più all’extraitalianità che all’extraparlamentarità. Infatti contestavano proprio alla sinistra nazionale, quella parlamentare e quella non, d’avere un DNA nordista; d’essere appiattita e ligia alla più volgare ipocrisia votocratica; di arrogarsi il diritto di parlare in nome del popolo meridionale per confonderlo e sfigurare la rappresentazione dei suoi veri interessi (di classe).                                                     
In un’epoca in cui Gramsci era ancora in auge e il proletariato era inteso come classe nazionale, i Quaderni calabresi non si erano peritati d’affermare che nell’ambito della classe nazionale si dava -oggi come al tempo di Gramsci- peso zero ai proletari meridionali e si usava la forza che essi esprimevano sulla bilancia dei rapporti sociali nell’Italia restante. La stessa visione gramsciana di un Sud prettamente contadino era viziata da una debole conoscenza del paese meridionale e costituiva un regalo ideologico al capitalismo padano. In termini non metaforici dicevano che, sul tema della strutturale inoccupazione meridionale, i partiti di sinistra e i sindacati ipocritamente facevano solo parole, e le facevano per acchiappare voti. Aggiungevano che un popolo costretto a non produrre (dalla dominazione coloniale padana) non doveva rassegnarsi a essere guidato dall’esterno, da forze sostanzialmente nordiste.                                                                                                   
In verità i Quaderni non erano stati i primi a sostenere che la disoccupazione meridionale era a tutti gli effetti popolazione in più, sovrappopolazione; né erano gli unici ad affermare che l’acclamato e reclamizzato miracolo economico italiano era tutt’altro che un fatto nazionale, ma solo regionale, circoscritto a poche regioni, al Triangolo industriale Genova-Torino-Milano; né erano i soli a dire che tutto quel che aveva innalzato il Triangolo in cent’anni, e stava ancora innalzandolo sulle altre regioni, veniva pagato in contanti dal Sud. Però si ritrovavano isolati e malvisti quando ponevano un’alternativa: o (uno) l’uscita della sinistra nazionale dal terreno sindacale e retributivo, per portare lo scontro su un terreno veramente meridionalista, per la classe l’unico veramente nazionale e internazionalista; o (due) la permanenza sul terreno riformista anche del proletariato meridionale, ma con un proprio partito politico.                                                                                                          
La polemica salveminiana di sessant’anni prima contro il riformismo di Turati e dei socialisti padani, sulla quale erano attestate (peraltro solo a parole) le formazioni storiche di sinistra, risultava sottodimensionata rispetto alla consistenza reale del rapporto Sud/Nord. Questo non andava visto come il prodotto dell’imperialismo straccione italiano, ma come un caso inedito di accumulazione primitiva che si prolungava da oltre un secolo ricevendo la benedizione della sinistra, tanto prima del fascismo, quando era diretta dal riformista Turati, quanto dopo, sotto la direzione del stalinista Togliatti. Bisognava risalire necessariamente alla formazione dello stato nazionale italiano per trovare non solo l’origine del sottosviluppo meridionale, ma anche la causa che lo riproduceva a ogni passaggio della storia. Difatti la questione meridionale si spiegava soltanto con il modo singolare con cui l’Italia s’era avviata al capitalismo.                                                                             
Al momento dell’annessione al Nord, gli esponenti politici e militari del Sud, corrotti con il danaro e le promesse, resi ciechi -i residenti- dalla paura dei contadini, i fuoriusciti dalla voglia di rivalsa, cedettero il paese con le mani legate all’ingordigia e all’arroganza di Cavour, che raddoppiavano a ogni fortunato regalo della storia. Forte di tanti gratuiti e insperati successi, il mellifluo/tracotante Ministro ottenne il diritto-potere di lucrare sullo stato a favore di alcuni suoi compari di briscola. Si trattava di un gruppetto di concussori e malversatori di estrazione genovese, ai quali le circostanze dettero il destro di mettere le mani nel piatto. Però il carattere parlamentare del governo sabaudo (possiamo dire) li costrinse ad allargare la base dei loro intrallazzi. Dalle successive relazioni malavitose scaturì (o se più vi piace, fiorì) il gruppo affaristico che, nonostante gli eventi secolari e la mobilità degli individui, tuttora dirige l’Italia. Questi eupatridi, che fiutavano la preda come un levriero dal pedigree perfetto, s’accorsero subito (o forse lo sapevano da prima) che in seguito all’annessione delle Due Sicilie, la vera greppia era l’uso spregiudicato (potremmo anche dire il saccheggio, senza travisare niente) dei napoletani, dei siciliani e dei territori su cui erano insediati storicamente.                                                                                                                                        
Arma dell’azione: il fisco. Anzi l’erario, che contempla oltre alle entrate, anche le uscite. Difatti, il punto in questione sono proprio queste. Se tutta la borghesia italiana avesse potuto approfittare della generosità statale -come sempre accade negli stati a carattere borghese- il profitto non sarebbe stato grande, in quanto le sostanze statali erano alquanto scarse. Così (con buona pace per Tommasi di Lampedusa e per il suo Gattopardo), gli eupatridi decisero di escludere i borghesi napoletani e i borghesi siculi dal bottino. Cosa che, avendo essi la sciabola in mano, non fu difficile.                      
Da allora la guida effettiva dello stato (i vari Crispi, Moro, Colombo, sono solo dei direttori generali che eseguono decisioni d’un superiore consiglio d’amministrazione e non possono firmare assegni se le cifre sono grosse) appartenne esclusivamente alla borghesia tosco-padana. La quale usò e usa spregiudicatamente il potere, in funzione dei suoi profitti. Alla borghesia meridionale furono assegnati i resti del banchetto -quelli che di solito vanno alla gatta di casa- e il ruolo ascaro e servile di mediatore con il popolo sudico degli interessi nordisti; in sostanza una posizione ancillare. Nei fatti essa poté esplicarsi come classe promotrice della produzione capitalistica soltanto in quei settori che non toccavano gli interessi della consorella settentrionale.                                                    
È superfluo aggiungere che in un paese a economia e legislazione capitalistica, se la borghesia è limitata, anzi impotente, si arriva presto all’improduzione, al sottosviluppo, alla disoccupazione generale, alla sovrappopolazione. Proprio all’avvio degli anni Settanta, Paolo Cinanni (Emigrazione e imperialismo) spiegava, sulla scia di Marx, che le masse disoccupate meridionali si configuravano come un esercito industriale di riserva a favore di altre realtà sociali; una cosa peraltro storicamente sperimentata tra il 1880 e il 1914, quando i cafoni erano andati a stendere rotaie sul continente americano, e replicatasi nel corso del ventennio postbellico, con i lavoratori del Sud chiamati a fare da rincalzo dell’esercito operaio, nelle catene di montaggio tedesche e del Triangolo industriale italiano.                                                                                                                                                    Se la borghesia sudica era stata una serva fedele, arrivato finalmente, grazie al miracolo economico (dei salari più bassi, fra i paesi industriali europei), l’arrosto sulla tavola nazione una, anche la morale più gretta avrebbe voluto che i commensali lasciassero alla gatta un po’ di carne sull’osso. Invece, la borghesia settentrionale restò sorda a ogni forma di civismo, di gratitudine, e orba della lungimiranza che qualunque collettività normale avrebbe avuto in simili condizioni. Tra Sud e Nord non ci doveva essere uno spazio comune. Sempre tutto al Nord, secondo il migliore stile del redditiere.                                                                                                                                           
Come abbiamo già notato, il carattere parassitario della borghesia padana sta scritto a lettere cubitali nelle procedure intrallazzistiche che contrassegnarono la sua assurzione a capitalismo nazionale. Un qualunque sistema capitalistico non nasce con i soldi dell’industria (che ancora non c’è) ma con quelli di altri settori. Marx chiamò questa fase accumulazione primitiva (originaria). Quella compiuta dal capitalismo italiano appartiene a una tipologia unica nella storia mondiale. Non è venuta dal capitale agrario, e neppure da quello marittimo, o commerciale, o manifatturiero; è nata invece da quell’intrallazzo statale e fiscale di cui si è accennato. Infatti la spregiudicatezza di Cavour in materia di danaro pubblico divenne una specie di patrimonio immorale, che passò quale bene ereditario prima alla Destra e poi alla Sinistra, entrambe storiche (tali sicuramente in materia di malaffare). Demani svenduti; concessioni di monopoli statali, in cui lo stato dava la concessione e anche il capitale, pagando per sovrappiù gli interessi sul mutuo che esso aveva concesso; ferrovie private pagate con i soldi dei contribuenti, le stesse in appresso nazionalizzate e pagate ai privati, poi ri-regalate ai privati e alla fine ri-nazionalizzate e pagate nuovamente; baroni che fondevano acciaio con rottami di ferro ricchi solo di impurità; corazzate e incrociatori costati sedici volte il loro effettivo valore; cartelle del Debito Pubblico acquistate da istituti di credito inclini a falsificare i biglietti di banca e da finti risparmiatori al prezzo di svendita di lire 23,00, e alla scadenza ripagate dal Tesoro 100,00 lire-oro: queste cose -e purtroppo non solo queste, ma anche la vergogna di una quadreria di generali e ammiragli non s’è mai ben capito se più incompetenti che arroganti, o viceversa- fecero da humus alla fioritura della nuova borghesia nazionale, quella che dette e dà i quadri dell’industria e formò e forma gli indirizzi di governo.                                                               A questo disastro morale originario e risorgimentale si aggiunse trenta anni dopo il parassitismo industriale.                                                                                                                                              L’industria nazionale si avviò intorno al 1895, per mano di quelle famiglie della nuova borghesia parassitaria che Cavour e i suoi epigoni avevano tenuto a battesimo con l’acqua santa della corruttela e il sale sapientiae della speculazione sul debito pubblico. Era gente che non somigliava in nulla al capitano d’industria ambizioso di vincere costruendo, come lo immaginiamo leggendo i romanzi inglesi, francesi e tedeschi. I nostri -piaccia o non piaccia, è storia patria- avviavano industrie non per affermarsi nella competizione produttiva, ma per prolungare la precedente speculazione erariale. E in verità ci riuscirono ampiamente. Naturalmente il risultato produttivo fu così incongruo, meschinello, inefficiente, rachitico, che le loro imprese private costarono ai contribuenti e ai consumatori nazionali cifre iperboliche, perfino difficili da immaginare (Emilio Sereni, Capitalismo e mercato nazionale; un’opera fondamentale sull’accumulazione primitiva in Italia, dotata anche di un apparato bibliografico importante perché i riferimenti più scottanti sono di regola ignorati dagli storiografi accademici). Di certo c’è solo che il prezzo di tale immane e invereconda inefficienza fu messo in conto all’agricoltura, specialmente a quella meridionale.           Al tempo dei cosiddetti fatti di Reggio, la tematica dell’industria parassitaria era tutt’altro che nuova in Italia. Un filone del meridionalismo pre e post fascista -non amato a destra e trangugiato malvolentieri a sinistra, tanto che gli illustri compilatori di antologie meridionaliste, di regola, hanno preferito ignorarlo- l’aveva avviata già prima della guerra del 1914-18 e l’aveva ripresa dopo la caduta del fascismo. I pescicani, i padroni del vapore erano stati infatti oggetto dell’informata denunzia di Ernesto Rossi, seguito da qualche meno dignitoso e retto discepolo, che ha preferito farsi foraggiare dal nemico e sterzare la mira sulla sola industria di Stato.                                           La nostrana tipologia di accumulazione primitiva -l’accumulazione parassitaria- non compare nella vivace esemplificazione di Marx sul famoso XXIV capitolo del primo libro de Il capitale, né in quella ancor più efficace che costituisce la parte descrittiva del Manifesto del partito comunista. Senza offendere il padre dell’analisi classista, che non avendo potuto conoscere i padri del capitalismo italiano, pare avesse qualche apprezzamento per i pionieri dell’industria, potremmo definirla accumulazione parassitaria secolare; che poi rappresenta la più solida delle istituzioni nazionali.                                                                                                                                        
Nonostante gli alti profitti provenienti dal doppio stadio di intrallazzo realizzato (uno) mettendo le mani direttamente nel cassetto e (due) imponendo per oltre mezzo secolo una politica protezionistica controproducente ai fini della stessa crescita industriale ma grandemente profittevole per i padroni, il capitalismo nazionale italiano non era penetrato tuttavia in alcune situazioni produttive. Mi riferisco all’agricoltura di piantagione e alle produzioni mediterranee. Un settore in cui la borghesia attiva del Sud mostrò d’essere ben più moderna della consorella padana; così moderna ed efficiente da competere sul libero mercato internazionale, senza la copertura di dazi e benefici; da risultare, anzi, vincente nonostante l’inimicizia del suo stesso stato nazionale; e così capace di sorgere e risorgere, che allo stato nemico ci vollero ben cent’anni per abbatterla definitivamente. È questo il punto dove il castello di bugie rivolto a sorreggere l’alibi padano, il falso storico dei mali antichi di cui il Sud sarebbe afflitto, mostra la sua faccia sporca.                   Come il volpino Cavour aveva intuito fin da giovane, l’abbassamento delle tariffe doganali e la liberalizzazione degli scambi internazionali che, nel 1860, a Italia non ancora ufficialmente nata, egli, divenuto primo ministro nazionale, volle imporre, fece esplodere il potenziale di cui erano gravide le produzioni del Sud: l’olio, il vino, gli agrumi.                                                                    
Solo poche cifre. Secondo la stima di Correnti e Maestri, autori di una celebre ricerca statistica che fu non solo la prima che si faceva in Italia, ma anche l’ultima ispirata a onestà intellettuale, nel Regno borbonico venivano prodotti circa 900mila quintali di olio, il 60% dell’intera produzione italiana. L’esportazione annuale toccava mediamente i 450mila q.li, cioè la metà del prodotto. In realtà il Sud italiano, parecchio più che la Spagna, ebbe per l’intero secolo XIX un quasi-monopolio per la produzione di olio, che esportava in Francia, Inghilterra, Germania, Austria, Russia, America del Nord e del Sud, nonché nell’Italia restante. Oltre che un alimento, l’olio veniva impiegato nelle lucerne, per l’illuminazione, come lubrificante industriale e nella lavorazione dei filati di cotone.   Sotto la spinta della domanda internazionale e nazionale, nel 1909 la produzione olearia meridionale aveva superato i due milioni di quintali. Con ben 588mila q.li, la produzione calabrese aveva fatto un tal balzo in avanti da porsi al secondo posto, subito dietro la Puglia, regione madre della produzione olearia mondiale, che ne produceva 617mila q.li (Chino Valenti, L’agricoltura dal 1861 al 1911, in cinquant’anni di storia italiana). Diversamente da quello che la gente immagina, l’ulivo non cresce e l’olio non si produce per grazia divina. Certo la natura ama l’albero sacro a Minerva, e forse anche Dio lo ama, però bisogna investirci dentro lavoro e danari. Dove gli uliveti assumono il carattere della piantagione a filari squadrati, come nella Piana di Gioia e su tutta la collina jonica e tirrenica, sicuramente molti soldi.                                                                   
Quanti? Gli impianti calabresi che coprivano 84mila ettari, nel 1880, erano passati a 151mila ettari nel 1951 (dati Istat, riportati da Ferdinando Milone, L’Italia nell’economia delle sue regioni): 67mila ettari in settant’anni, quasi 1.000 ettari di nuove piantagioni l’anno.                                      
Nei nostri uliveti ci sono risparmi di notevolissima consistenza, nonché la fatica di dieci e più generazioni; c’è, soprattutto, uno stringere la cinghia per decenni, perché una pianta d’ulivo impiega quindici o vent’anni per arrivare a pieno frutto.                                                                                
L’ulivo non dava molta occupazione ai contadini d’un tempo. Soltanto la raccolta era l’occasione per un corale coinvolgimento di donne e di uomini, che durava qualche mese ogni due anni.         
Prima che arrivassero i moderni mezzi di aratura e di raccolta, la scadenza dava lavoro a circa mezzo milione di persone, per un totale di un milione/un milione e mezzo di giornate lavorative, nel biennio. Ed è completamente sbagliato considerare un progresso il sopravvenire di macchine, perché si tratta di lavoro nostro che si sposta in altre regioni, senza che ci sia -come sarebbe naturale- un aumento della domanda in altro settore della produzione.                                                  
A ottenere cospicue entrate era invece il padronato, i cui maggiori esponenti, in questa parte ultima della Calabria, vivevano signorilmente a Reggio.                                                                                  
Il Corso Garibaldi e il Lungomare, che nel 1939 erano considerati fra le più belle e lussuose vie d’Italia, potevano dare l’idea di quanto quelle entrate fossero consistenti. I palazzi che li fronteggiavano erano ricchi e belli. Non solo, ma ricostruiti già una volta dopo il terremoto del 1783, il padronato reggino li aveva dovuti ri-ricostruire per ben due volte, una dopo il terremoto del 1908 e una seconda dopo i bombardamenti americani. I soldi per edificare e riedificare tre volte la città in appena centocinquant’anni non arrivarono da Napoli o da Roma, e neppure da Milano, ma vennero dall’olio e dagli agrumi.                                                                                                      
Veniva dall’agricoltura anche la spesa vistosa della gente che trascorreva oziose mattinate e indolenti pomeriggi dinanzi al Comunale, indossando fresche camicie di lino e cravatte di seta pura. Perché l’agricoltura di Reggio, per la sua produttività, era quasi un’industria. Anzi nel caso del bergamotto era persino più produttiva dell’industria. Bisogna aggiungere che se, attraverso il fisco e il drenaggio bancario, la quota più consistente del surplus viaggiava verso i padani, la parte che i ricchi consumavano andava per una quota consistente ai lavoratori della città (abbiamo qui una buona esemplificazione del Tableau économique di Quesnay): ai muratori, ai fabbri, ai falegnami, ai camerieri, agli addetti al commercio, a quell’esercito di persone civili e dignitose nonostante la povertà, qual era il popolo di Reggio intorno al 1936. Certo, a tutti i cronisti meridionali piacerebbe poter scrivere che i signori elegantemente accomodati nella sala più riservata del Caffè Pontorieri erano degli intraprendenti cavalieri d’industria, invece che dei redditieri. Ma, a parte il fatto che nel bergamotto e nel gelsomino costoro, come già annotato, erano dei veri industriali, l’organizzazione dello Stato, scaturita dal processo risorgimentale, aveva tolto i capitali necessari e lo spazio tecnico per scalare l’erta parete dell’industria.                                                                                                  
Gli storici della destra sabauda e della sinistra sedicente gramsciana fanno finta di non sapere che il fatto che ciascuno di loro fosse sufficientemente ricco per costruirsi (o ricostruirsi) un lussuoso palazzo significava poco ai fini imprenditoriali. Infatti non il ricco privato ma solo la volontà bancaria trasforma il capitale in investimento (Joseph A. Schumpeter, Storia dell’analisi economica). Ho fatto l’inciso perché la pigrizia spagnolesca della borghesia meridionale è soltanto una favola. In effetti, la modernizzazione produttiva era stata avviata in Calabria con piede più sicuro e più europeità che negli altri ex-Stati regionali (basti pensare al setificio di Villa San Giovanni); un passaggio che gli storici dell’economia identificano con la fase della pre-industrializzazione, come dire la manifattura senza ancora il motore e i combustibili fossili, cioè la prima fase del capitalismo, allorché gran parte degli artigiani lavorava (non più su commissione nella propria bottega, ma) in un opificio dove si produceva direttamente per il mercato.                                  
Dico di più. Al tempo di Ferdinando II, la Calabria Ultra era la parte più industrializzata (nel senso di cui sopra) del Regno, dopo Napoli. La quale Napoli, poi, era sicuramente l’area d’Italia dove la preindustrializzazione era più avanzata e più integrata che altrove. E a detta del gruppo di urbanisti giapponesi che ultimamente l’hanno studiata con serietà, come è costume di quel popolo, l’area meglio preparata a un successivo passo avanti in tutto il Mediterraneo, non esclusa Marsiglia.
Patriotticamente, italianamente, l’arretratezza sudica corrisponde a uno scippo delle sue manifatture. La borghesia attiva del Sud era una cosa ben diversa dalle classi baronali che Cavour prima, Giolitti in appresso, legarono a sé per dividere e dominare il paese napoletano e la Sicilia. Cosicché i massacri e parecchi fra gli stessi baroni non accettarono l’annichilimento italiano e reagirono come poterono concentrando i loro interessi sull’agricoltura di piantagione. La storia economica e sociale della Campania, Puglia, Sicilia, Calabria, nell’infelice prima fase del saccheggio padano, ha del miracoloso. Gli agricoltori fecero qualcosa di più che produrre. “Le esportazioni meridionali salvarono l’Italia” (oggi diremmo hanno salvato l’Italia), sottinteso dalla bancarotta internazionale, si esclamò in Senato al tempo del (finto) pareggio del bilancio, nel 1876 (si badi, siamo al secondo salvataggio in soli dodici anni).                                                                              
I libri di storia patria non amano il Sud, meno che mai ammettono che la questione meridionale l’hanno inventata proprio gli storici di parte sabauda, come alibi dell’assassinio di un popolo che la stessa Italia proclamava italiano. E non amano parlare della rivoluzione agricola che salvò l’Italia. Eppure l’imponenza dello sforzo produttivo e la consistenza dei suoi risultati non sono un’opinione generica, ma fatti. Al tempo dell’inchiesta agraria Jacini, che si svolse a partire dal 1880, gli ettari destinati ad agrumeto erano nelle tre province calabresi non più di 4mila. Nel 1970, il professor De Nardo rilevava ben 24.800 ettari. La progressione, nel settantennio, è di 354 ettari l’anno, che potrebbero sembrare persino pochi, ma trasformare una brughiera, un arido pascolo, adatto solo alle capre, in un lussureggiante giardino di bergamotti o di aranci costa parecchio. La spesa principale è l’irrigazione. Si tratta d’un investimento capitalistico nel significato più completo. Le canalizzazioni spesso sono lunghe chilometri. Captate a monte le acque di una fiumara, esse le derivano verso i fondi posti a valle, non sempre vicini. Altre volte l’acqua si ottiene mediante lo sbarramento delle falde subalvee, in tal caso le opere murarie sono ancor più consistenti; in pratica debbono essere sufficientemente profonde e sufficientemente alte da sollevare l’acqua di una decina di metri, in modo che possa scivolare per caduta verso i quadri a valle. Ancora maggiori sono i costi quando, in mancanza di opere consortili, è il singolo proprietario che scava un pozzo. Difficilmente l’acqua che esso dà è sufficiente a più di un fondo. In questo caso i costi crescono perché è necessario addurre la corrente elettrica; garbatamente la SME caricava l’intera spesa sul portafoglio del produttore privato, anche se poi si appropriava della condotta elettrica, in base alla legge della giungla.                 
Non minore era il costo delle opere di piantagione. Infatti un agrumeto non si pianta col tempo e in tutta comodità, diluendo la spesa negli anni. Esso è come una fabbrica: deve dare un prodotto commerciabile, una merce uniforme per varietà e momento di maturazione. E ciò si ottiene soltanto con un impianto coevo.                                                                                                                         
Ferdinando Milone, un grande e corretto maestro di geografia economica, scrive: “Anche qui le piante di agrumi appaiono un po’ dovunque, nei campi coltivati; risalgono le pendici e i terrazzi dell’Aspromonte; si insinuano nelle valli più apriche; proseguono lungo la costa jonica, dove la loro coltivazione si fa di nuovo più intensa... tra Sant’Ilario e Caulonia... L’agrumicoltura, e specie la coltivazione del bergamotto, ha trasformato il deserto in lussureggianti giardini... (cosicché) dobbiamo pur riconoscere il grande sforzo compiuto da questa gente e sfatare, se possibile, le accuse che a essa si facevano, scambiando per infingardaggine l’inattività che, il più delle volte, derivava dalla mancanza di capitali per l’adatto sfruttamento di una terra dal clima dolcissimo, ma quanto mai avara. Alla rilevata trasformazione, infatti, hanno contribuito in massima parte i capitali derivanti dall’emigrazione e il lavoro assiduo”.                                                                                        
Ora, chi investe danaro in proprio, o magari accende un mutuo al fine d’investire, lo fa se e quando si rappresenta la prospettiva di un profitto. È facile concludere, quindi, che, se a Reggio si era arrivati ad alti livelli di spesa in impianti fissi, i profitti sicuramente non mancavano, anche se poi le patrie statistiche ci dicono poco su tale argomento. C’è stato (e c’è tuttora) uno strano atteggiamento intorno all’olio e agli agrumi: valevano moltissimo quando si trattava di classificare i terreni a fini fiscali; era come se non esistessero quando si trattava di glorificare la patria agricoltura. Negli scritti ufficiali -principalmente le statistiche agrarie, ma anche gli scritti di storici accademici, come quelli del tanto lodato (sarò pure fazioso, ma credo lodato solo per i suoi ammanigliamenti bancari) Gino Luzzatto- si ricava il sospetto che affermare, o appena ricordare, che per oltre quarant’anni il valore delle produzioni meridionali fu di gran lunga superiore a quello dell’agricoltura settentrionale sembra un delitto di lesa maestà. Il citato Luzzatto, in un libro che fa testo in materia di storia economica dell’Italia unita, si sofferma sull’esportazione d’olio una sola volta, dedicando alla cosa un solo rigo, mentre la parte dedicata alla seta padana deborda da tutte le parti, zampilla a ogni parola. Peraltro l’Illustre non perde il suo tempo per informare che dopo la caduta del prezzo da 10 lire a 2,50 (a causa dell’arrivo in Europa della seta giapponese) il settore era ormai finito; che la gloria economica del Piemonte e del Lombardo-Veneto non contribuiva granché alla bilancia commerciale, sicuramente non nella misura intravista dall’occhio avido dell’indebitato Cavour.    L’avversione a ricordare le esportazioni meridionali ha portato alla pratica scomparsa delle statistiche sull’olio. Oggi possiamo facilmente sapere, per esempio, quanti asini circolavano in Calabria nell’anno 1876 e quanti chili di seta si filavano a Como nel luglio del 1877. Ma a trovare una serie storica sull’olio, il vino e gli agrumi, ci vuole uno Sherlock Holmes in servizio attivo.            
Fra tante glorie nordiste e tante omissioni sudiche, sappiamo comunque che tra il 1905 e il 1958, le superfici irrigue, in Calabria, passarono da 48mila ettari a 91.247 ettari. In cinquantatré anni sono stati riportati a coltura irrigua 43mila ettari, per una spesa che si può calcolare intorno ai quattro/cinquemila miliardi. Logicamente sborsati dai calabresi.                                                           Più espliciti sono gli agronomi, e non solo quelli che avevano cattedra all’università di Portici. In effetti, l’idea di un’agricoltura calabrese sconfitta e impotente non apparteneva a chi giudicava da competente, ma soltanto al giornalismo prezzolato dagli industriali milanesi e in appresso al cinema fintamente realistico. Basti ricordare l’informato saggio di De Marco posto in appendice al volume su Calabria e Lucania dell’Inchiesta Jacini (volume fortemente sgradito al riscrittore, prof. Nicola Caracciolo, non so se piemontese di nascita, sicuramente sabaudo per atti di pensiero). De Marco attribuisce agli aranceti e ai limoneti un valore della produzione di quasi 900 lire (del 1880) l’ettaro e al bergamotto un valore di 1.800 l’ettaro, tre volte le 600 lire della granicoltura lombarda. Credo il valore più alto in Europa.                                                                                                                      
Forse anche nei bergamotti c’era la mano di Dio, ma i bergamotteti li piantano comunque gli uomini, che nel caso non erano lombardi e non erano andati a scuola dal professor Luzzatto.                  
I libri degli agronomi suggeriscono l’idea di un’agricoltura reggina meno povera di quel che ci vogliono far credere, e tuttavia pur sempre un’economia subalterna, in cui la spinta e la controspinta produzione-investimento funzionava nell’ambito di un solo settore. Che, comunque, almeno Reggio fosse meno povera di quel che si ama sostenere a proposito del Sud lo dimostra una precisa circostanza. Negli anni Trenta, allorché il bergamotto e le arance tiravano a tutto vapore -e gli agrumi rappresentavano la prima posta della bilancia commerciale italiana con l’estero- su sette banche nazionali presenti in Calabria, sette avevano la loro filiale a Reggio e due soltanto avevano aperto un’agenzia fuori Reggio. A quel tempo non era un mistero che detti istituti erano scesi da Milano e da Roma -inseguendosi l’un l’altro e gareggiavano fra loro onde accaparrarsi una buona posizione sul Corso Garibaldi- per incettare i cospicui incassi degli agricoltori, che in parte rimettevano al Nord e in parte lavoravano sulla stessa piazza di Reggio.                                                   
La funzione negativa di una banca forestiera operante su una nostra piazza non sta tanto nel fatto che funziona da pompa per drenare altrove il nostro risparmio, quanto nell’altro che non compie operazioni rischiose, quali sono quelle industriali. In pratica finanzia il commercio. Ed è proprio attraverso il commercio che passa e si rafforza la subalternità coloniale, in quanto il commercio (oggi detto distribuzione: gli alimentari, i tessuti, l’edilizia, il legno, ecc.) si approvvigiona presso gli industriali. In sostanza, con il risparmio locale le banche hanno sempre prefinanziato lo sbocco meridionale dell’industria padana.                                                                                                        
Solo il Banco di Napoli, che nei decenni precedenti il fascismo aveva convogliato quasi tutto il risparmio in valuta degli emigrati italiani (prima della guerra del 1915-18 la cifra ufficiale era di 25 miliardi dell’epoca, pari a 123mila miliardi in lire attuali), effettuava, attraverso la sezione speciale del credito agrario, operazioni a lungo termine. L’importanza e la proficuità (per l’istituto napoletano; il costo, se si guarda da parte di chi pagava pesanti interessi e subiva troppo facili esecuzioni immobiliari) di tale attività è comprovata dal palazzo che sorge all’angolo tra la Prefettura e la Provincia, al centro del centro di Reggio; un edificio imponente per essere solo la filiale di una banca, e che gareggia in grandezza con la sede barese e con la stessa direzione centrale, a Napoli.                                                                                                                                    
Prima della guerra, dunque, Reggio non era povera quanto Catanzaro o Campobasso. Anche se non prosperava, almeno campava. La sua agricoltura era fra le più moderne d’Italia, e la danarosità della classe padronale teneva in vita un consistente artigianato urbano di servizio al palazzo. Certo il settore industriale era poca cosa. Se la memoria non mi tradisce, esso non andava oltre il molino Costantino; praticamente zero, se consideriamo i bisogni occupazionali di una città che contava 200mila abitanti. Anche i servizi culturali, che la benevolenza sabauda le riservava, erano bloccati a livello delle scuole medie superiori, mentre quello stesso Stato -al Sud tanto micragnoso- faceva lo scjalone tra l’Emilia e la Toscana, dove aveva insediato ben sette università -cinque più del necessario e dell’equo (Siena, Pisa, Modena, Ferrara e Parma, oltre a Bologna e Firenze), in quanto rivolte al servizio di cittadine di modesta popolazione. Ciascuna di esse, infatti, non arriva a un quarto della popolazione reggina e tutte assieme ne facevano appena il totale.                                    
La crisi reggina va connessa con la crescita demografica che si verifica negli anni a cavallo tra guerra e dopoguerra. Le nuove generazioni non trovano una sistemazione, in quanto proprio nel dopoguerra il Sud perde la battaglia che passa sotto il nome di Ricostruzione Nazionale, ma che tale nome non merita (e neppure le lettere maiuscole) trattandosi della ferma scelta da parte del CLN -quasi una congiura- di concentrare tutte le risorse nazionali e l’apporto degli aiuti americani sullo sviluppo del solito Triangolo padano, come chiedevano Valletta (FIAT) e altri ceffi di pari statura. A contrappeso e come palliativo si procede all’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno. Si proclama che il Sud ha bisogno di infrastrutture (parola allora nuova per dire le strade e gli acquedotti, quelli che né la Destra Storica, né Sinistra egualmente Storica, né il Ministro della malavita, Giovanni Giolitti, e neppure Benito Mussolini, Duce vittorioso e Fondatore dell’Impero, s’erano degnati di fare, né sono venute dopo, nonostante la Cassa, ancorché Bossi e compagnoni padani piangano calde lacrime su una fattura che non è stata mai pagata dai soli paludosi (padani). Il nuovo ente è sotto il comando strategico di politici dotati di grande talento geografico, i quali s’impegnano a ridisegnare l’aspetto del paese meridionale secondo le misure del loro sarto di famiglia. Tanto per fare un esempio Napoli, la vecchia capitale del Regno meridionale, italianamente degradata a capoluogo di provincia, si comincia a trasferirla ad Avellino. Così anche Reggio. La quale è città fastidiosa in quanto elegge un senatore e un deputato fascisti. Non avendo provveduto un terremoto, la briga di accorciarla se la prendono i nostri. In effetti il municipalismo cosentino incide in modo tutt’altro che lieve sulla geografia economica, sociale e umana della vecchia Calabria. La consistenza urbana e il peso politico di Cosenza crescono visibilmente, sospinti dalla mano adunca del notabilato politico clientelista e dall’abile unilateralità politica della Cassa di Risparmio di Calabria (il figlio del capo era asceso a deputato con i voti cosentini e a sottosegretario italiano di stato con la benedizione di frate Colombo). Sebbene strategata dal meno che mediocre Ernesto Pucci, Catanzaro riesce ad arraffare il peculio che di solito va a chi regge il sacco. Reggio paga il fio d’essere incostituzionale, di dare voti ai fascisti, anzi di non darli agli ex CLN, e lentamente decàde. Il diffondersi della coltura e dell’industria del gelsomino, i successi del Caffè Mauro non riescono a nascondere l’involuzione.                                                                    
Decàde, ma non protesta. Il ceto politico che la dirige è perdente a livello romano e cosentino. Il senatore Barbaro poteva ben essere un galantuomo, e anche devoto alla sua città, ma non aveva entrature a Roma, tanto sulla destra quanto sulla sinistra del Tevere.                                                       
Al tempo della Rivolta operavano in Calabria 37 istituti di credito, con 215 sportelli, i quali totalizzavano una raccolta di risparmio vicina ai 500 miliardi. Reggio, benché alla guida della provincia con il minor numero di comuni e di abitanti, era ancora in testa, sia sul lato dei depositi sia sul lato degli impieghi (cfr. Unione Regionale delle Camere di Commercio I.A.A., Relazione sulla situazione economica della Calabria nel 1970, a cura di Vincenzo De Nardo). Ma si trattava, evidentemente, dell’ultima resistenza. Alcuni successi imprenditoriali, del tipo armatore Matacena, allignavano nel vuoto.                                                                                                                         
Come è ampiamente noto, a partire dai primi anni Cinquanta e poi per tutto il ventennio successivo, l’assetto sociale europeo viene squassato da un sommovimento di portata epocale. L’innesco è di carattere tecnologico e produttivo. L’Italia (dizione generica ed equivoca) segue lo slancio dei tre forti paesi che la precedono: Inghilterra, Francia e Germania. Al contrario il Sud, mancando uno stato suo, si avvia in caduta libera verso il precipizio. La sua precedente posizione di periferia del Settentrione si converte in estraneazione. Il blocco cavourrista e padano del suo sviluppo diventa in tale passaggio sottosviluppo; un fenomeno non economico ma politico, superabile soltanto per via politica (forse è più onesto e corretto dire: militare).
A monte della nuova situazione stanno due fenomeni contrapposti e simmetrici: la caduta dei prezzi relativi per le produzioni mediterranee e l’aumento dei salari agricoli. Non v’è dubbio che il dissesto dell’agricoltura meridionale sia stato consapevolmente accettato quale offa nazionale della crescita industriale nordista. L’operazione viene condotta dai governi nazionali con un’aggressività barbarica a tutti evidente. Il Sud viene trattato come un nemico da annientare. La buffonata dell’uguaglianza legale, istituzionale ed elettorale non può e non deve ingannare nessuno.
Nonostante sia ferma ogni forma d’investimento e l’occupazione agricola e manifatturiera cada, il livello dei salari sale. La diaspora della manodopera contadina e artigianale verso l’industria padana spopola le campagne e appiattisce la domanda di lavoro. Contemporaneamente (o forse anticipatamente, come sostengono Ferrari-Bravo e Serafini, Stato e sottosviluppo) i cantieri aperti dalla Cassa incettano i non molti rimasti. A partire da questa svolta, i contadini superstiti non sono più costretti a scappellarsi profondamente per ottenere un’affittanza. Anche l’iniqua gara fra braccianti per una giornata di zappa finisce per sempre. In una situazione di libertà economica ciò dovrebbe essere segnato come un grande progresso sociale. Ma, in effetti, il progresso non c’è. A trarne vantaggio sono soltanto gli industriali e i padroni di casa padani. Infatti i primi si trovano di fronte a una curva salariale che non cresce in misura diretta con la loro domanda di manodopera, i secondi decuplicano la rendita di posizione. Invece gli agrumi -l’ultima ricchezza residua- diventano una bolla d’aria. Buona parte delle province siciliane e la provincia reggina vedono andare in malora l’unico loro capitale, i dimenticati slanci (ovviamente in rapporto alle sue forze) della borghesia sudica per crearsi basi nuove di profitto attraverso la piccola -o è più esatto dire, l’atomistica- impresa industriale. Ciò era già avvenuto negli anni dell’immediato dopoguerra, sotto la spinta dei buoni affari realizzati con il mercato nero. Si ripete tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, adesso sull’eco del successo padano. Ma, se la crescita della ricchezza nazionale ha elevato le possibilità di spesa dei consumatori, il mercato meridionale è già da tempo una colonia dell’industria padana. Senza una disciplina politica del mercato -come a quel tempo auspica, solitario, il reggino Demetrio Di Stefano (Il Risorgimento e la questione meridionale) nella cui parabola politica e umana è descritta la sofferenza del vero rivoluzionario meridionale- la spinta in avanti si risolve in un cimitero d’industrie. E il riferimento funebre non va alla Liquichimica di Saline e a tutto l’intrallazzo nordista degli anni Sessanta; va invece alle croci piantate su piccole iniziative locali, fallite al primo incontro con il mercato nazionale. Patrimoni e speranze private vengono distrutti -cosa che è il meno- ma quei facili fallimenti ingenerano un clima diffuso di scoraggiamento che, sommandosi all’annientamento agricolo, fanno tabula rasa d’ogni spirito d’impresa.
Uno stato che non fosse il nostro storico nemico avrebbe tentato almeno d’impedire tanta distruzione. Nello stesso tempo, la schiavitù degli agricoltori verso il monopolio chimico (concimi Montecatini) e verso il monopolio elettrico (Bastogi) si estende alla FIAT. Ancora una volta mediano le uguali leggi statali. Altro che rottamazione delle auto. Il ministero dell’agricoltura assume dipendenti e li dissemina per le campagne perché spieghino agli agricoltori che la meccanizzazione dell’agricoltura può tamponare la crescita dei salari. Intanto, o lo stesso ministero o quello degli esteri manovra e briga a Bruxelles per non estendere il protezionismo agricolo comunitario alle produzioni mediterranee. Agnelli deve ben vendere le sue macchine in Spagna. Gli agricoltori vengono presi al laccio con l’esca delle comode rate, spavaldamente fornita dai Consorzi agrari. Ovviamente si trattava di una spesa governativa a esclusivo favore delle industrie meccaniche produttrici di attrezzature e macchine agricole, che abilmente viene fatta passare per un aiuto all’agricoltura meridionale. In tal modo il monopolio ottiene ciò che gli serve e il capitale finanziario nascosto nei Consorzi (padani) può confiscare con largo anticipo le future, presunte entrate degli ex padroni dei terroni emigrati.
Ovviamente, trattori e motocoltivatori vennero pagati non certo con le rendite, ma o stringendo la cinghia o vendendo un pezzo di terra.
I cambiamenti correlati alla grande trasformazione del Nord italiano coinvolgono il Sud, in quanto oggetto della storia padana sin dal 1860, imponendogli un ulteriore regresso, ma questa volta relativo. È bene chiarire in cosa consista questo concetto, e non perché esso sia ambiguo, ma perché ambivalenti sono i fatti. Fra questi, i più rilevanti sono:
Uno. Come è a tutti noto, la concentrazione geografica (la centralizzazione capitalistica) della tecnologia -al tempo della Rivolta- abbatteva immancabilmente il lavoro nelle aree sottosviluppate che venivano raggiunte dalle nuove merci (oggi la politica capitalistica del labour saving danneggia anche le aree elevate a centro).
Tra il 1953 e il 1970, oltre agli emigrati, il Sud perde più di tre milioni di occupazioni.
Due. Con l’aumento della ricchezza nazionale, la quota incassata e ridistribuita dallo stato cresce in termini assoluti e anche in rapporto alla porzione che rimane ai privati. Ciò permette che i pubblici servizi possano essere dilatati. Il Sud ottiene un primo vantaggio dal fatto che il numero degli impiegati cresce in assoluto in percentuale. La remunerazione che questa quota di popolazione ottiene è a un livello italiano, cioè più alto rispetto a quello che la produttività media del paese meridionale consentirebbe.
Il Sud ricava un secondo vantaggio dal fatto che ottiene servizi in precedenza riservati solo al Centronord (le università, la sanità pubblica, ecc.).
Tre. Lo sviluppo industriale porta con sé una crescita del livello medio delle aziende. Ciò danneggia il quadro concorrenziale, ma fa salire il livello medio dei profitti industriali; consente così alle industrie di cedere alla distribuzione -quindi anche alla sua frazione meridionale- una parte più larga del plusvalore estorto.
Quanto sub Due e Tre permette al Sud di non perdere la posizione che aveva nelle statistiche nazionali in termini di reddito medio pro-capite, storicamente oscillante intorno al 65%. C’è però una significativa novità: detto percento, un tempo, era legato alla produttività complessiva del paese meridionale, mentre adesso viene insufflato dall’esterno. Tutte cose che, se arricchiscono il Sud, ne scombussolano, però, l’armonia sociale.
Per essere passabilmente chiaro, esemplifico. Un insegnante meridionale lavorerebbe per metà dello stipendio vigente. L’aggiunta è un regalo italiano. Così un medico, un giudice, un poliziotto, un bancario, l’operaio di un’azienda nazionale tipo ENEL, Telecom, ecc. Anche un commerciante-distributore meridionale lavorerebbe per un ricarico pari alla metà di quel che ottiene. Pure in questo caso l’aggiunta è collegata a una nazionalizzazione, precisamente a quella burocratica vigente nelle grandi aziende, in forza della quale vengono sottoposti a disciplina coattiva fenomeni che di per sé sarebbero economici e di mercato.
Ovviamente, il vantaggio che arriva nelle tasche di una parte dei meridionali è pagato dagli stessi meridionali, che sono costretti a dare di più allo stato e di più ai monopolisti padani. C’è, tuttavia, subito da osservare che, se gli stipendi e i ricarichi fossero dimezzati, al Sud non verrebbe alcun vantaggio contabile. Infatti la differenza in più non sarebbe risparmiata dai contribuenti e dai consumatori, ma andrebbe ai professori, ai medici, ecc. settentrionali sotto forma di un maggiore stipendio e alle aziende industriali sotto forma di più lauti profitti (Bossi è meno scemo di quel che sembra).
Ma come sopra segnalato, nel quadro economico meridionale i vantaggi non pagati costano carissimi. Infatti nel Sud, mancante di un suo Stato e di economie esterne tali da consentire una migliore produttività del lavoro, la nazionalizzazione del livello dei salari e degli stipendi ha come contropartita il tragico declino, la caduta, senza possibilità alcuna di ritorno, dell’agricoltura, non essendo questa protetta da sbarramenti comunitari.
Aggiornando il tema alla data attuale, si può aggiungere che la caduta ha toccato ogni produzione lecita a carattere arretrato e ha portato alla crescita di quella illecita, alla fioritura del lavoro in nero, tanto fra i cittadini italiani quanto fra gli extracomunitari, nonché alla dilatazione della sovrappopolazione, che adesso potrebbe essere considerata non più un esercito industriale di riserva, ma umanità superflua, come nel Terzo Mondo, e da qui a non molto soltanto zoologia antropica.
I partiti stanno tornando sui propri passi. Ma si tratta di un ripensamento vano e contraddittorio se non accompagnato da un forte vincolo valutario (o se più vi piace, bancario) a finanziare con risparmio sudico l’importazione di merci forestiere. Infatti i sindacati, consapevoli dell’inefficacia di una unilaterale decurtazione dei salari, sono fermamente decisi a combattere le gabbie salariali senza la contropartita di un investimento che bilanci la sottrazione di valuta.
Naturalmente neanche questo basta, ma anche i sindacati sono italiani.
L’approdo alla disarmonia sopra accennata precede la Rivolta, ma, a quel momento, la gente -che pure ne soffre il disagio- non ne ha ancora concettualizzato le cause. Avvertite sono invece le ripercussioni di carattere sociologico della trasformazione italiana.
Quando il morso della fame durava da un anno all’altro, e segnava, uno dopo l’altro, tutti i giorni della vita, la comune povertà legava il proletariato. Nella nuova fase, la fame vera è scomparsa, ma il modo di produrre (il lavoro) si riorganizza a raggi, il cui sole è spesso lontano. Ciò frantuma la dimensione umana della città, il senso del vicolo e del rione. Chi lavora diventa la macchina di un dio cieco, chi non lavora è la vittima di un demone irraggiungibile. L’umanesimo antico evapora, un nuovo umanesimo (un sindacato, un partito aderente ai problemi periferici) non spunta.
Per usare il linguaggio del sindacalista, la grande trasformazione si allarga al Sud senza ammortizzatori sociali. La durezza della transizione (per esempio, il riverbero locale dell’emigrazione) lascia insensibili i politici e i sindacalisti. In effetti ciò che non cambia, o cambia in peggio, è l’organizzazione clientelare delle filiali sudiche di tutti i partiti costituzionali. L’Italia ricca è scesa al Sud con altre sue merci, e per i fortunati anche con i suoi stipendi e salari, ma senza farsi accompagnare dalle regole di una libera democrazia. Perché? Credo si debba dare una risposta veritiera anche a rischio d’apparire faziosi: perché, al Sud, il primo atto di vera democrazia sarebbe la liberazione. Una cosa che va oltre le manette e arriva ai carri armati.
I maggiori benefici dell’allargamento al Sud delle condizioni sociali raggiunte nell’Italia restante, li ricavano i ceti medi scolarizzati. Legioni di redditieri ormai senza più rendita, e perciò promessi alla misurazione dei marciapiedi cittadini, hanno trovato facilmente un posto. Altri posti si lasciano sperare e si sperano. Legioni di figli del proletariato, in salita sociale per via degli studi, s’infilano anche loro da qualche parte. Ragionieri, medici, ingegneri, avvocati si sistemano in un modo o nell’altro. Altri s’infileranno, almeno si spera. Alla fine del mese lo stato paga.
Sarebbe inopportuno mettersi a fare della sociologia senza possederne gli strumenti, ma una cosa è chiara a chiunque: questa nuova quadreria che, attraverso la politica e l’invasione politica della società civile, diventa la parte sub-dirigente del Sud, manca di virtù. In fondo non è che l’erede statuale di quella borghesia padronale e redditiera che si concesse a Cavour per mancanza di decoro, d’onore e d’amor di patria. D’altra parte non è una classe, e neppure una classe in formazione. Manca il punto di riferimento sociale e quello autenticamente politico. Certo, un punto di riferimento non manca, ed è il civismo rovesciato in disvalore. Esso aggrega le persone, ma non può essere dichiarato all’esterno. Soltanto ristagna nel sottobosco familiare e municipale come necessaria arte del campare.
A questo punto, se sommiamo la crisi produttiva, il non possedere altro che braccia per pagare le merci forestiere, e ancora il sommovimento sociale, lo scardinamento dei vecchi valori classisti, la disperazione occupazionale, abbiamo il Sud degli anni Sessanta. Un Sud impoverito che dovrebbe solamente e puramente liberarsi d’ogni torchiatura esterna e farsi (al suo interno) finalmente quei conti sociali che i bersaglieri piemontesi impedirono, facendo colare sulla sollevazione contadina un fiume di sangue.
Comunque, la Rivolta reggina non ebbe tale idealità, né prima né poi. La rabbia contro lo stato straniero, o quantomeno estraneo, fu scioccamente vanificata da un personale politico che non seppe far altro che prendere il tram elettorale.
Allora cosa fu questa Rivolta? Perché Reggio?
Intanto l’occasione. Poi la singolarità va cercata nella sua splendida agricoltura. Quella stessa classe di redditieri fondiari che aveva invocato i bersaglieri piemontesi e che s’era pappato con poca spesa il demanio ecclesiastico e gratis quello statale e comunale, s’era lentamente ricostruita moralmente. Sicuramente spremendo sangue dalle ossa dei coloni, aveva piantato milioni di ulivi e decine di milioni di aranci, limoni, bergamotti. Li aveva lavorati, commerciati, imposti sui mercati stranieri (il Nord era ancora troppo povero per presentare una domanda effettiva). Spesso s’era indebitata fino alle mutande, in attesa che arrivasse il momento della fruttificazione. Anni, decenni di attesa, durante i quali il Banco di Napoli li aveva vessati con i suoi avvocati e gli ufficiali giudiziari. Poi un limitato benessere privato e anche un surplus provinciale consistente.
Allo scadere del luglio 1970, l’agraria reggina non era del tutto appassita; era ancora detentrice di qualche quattrino e s’era fatta un certo orgoglio di classe. Una cosa che nei tempi prosperi appariva solo sussiego, ma che oggi dobbiamo storicamente rivalutare, poiché era in effetti frutto della fiducia in sé, la stessa che mostrava il cavaliere d’industria. O forse -e più giustamente- quella di Esiodo, di Virgilio, di Plinio, di Columella, del cremonese Stefano Jacini: l’agricoltura come esplicazione del sapere umano, del vichiano conoscere la storia, in quanto produttori delle cose e di sé. Insomma Reggio era stata una città effettivamente capace di partecipare alla produzione nazionale in una posizione d’avanguardia; una città autentica.
Nei decenni precedenti, l’insolita identità reggina si era espressa mediante l’uso di un partito non costituzionale come podio, come palco per la rappresentazione scenica: il MSI. Ma senza per questo essere fascista. C’era solo una circostanza casuale a determinarla. Il podio era preso a prestito, quel che contava era l’uomo, forse il simbolo della sua rifiutata decadenza. Il senatore Francesco Barbaro è descritto come un aristocratico d’altri tempi, democraticamente alla mano; come un vir dotato di severo spirito di servizio.
Barbaro morì qualche anno prima della Rivolta, ma l’idea che la gente di Reggio ne aveva, faceva del suo ricordo un punto di riferimento, e non solo per l’agraria in decomposizione, ma per tutte le famiglie oneste: per quelle dei lavoratori, gli antichi e i nuovi, per quelle della nuova burocrazia, dove crescevano giovani destinati alla nuova guerra dell’uomo contro l’uomo, per quelle dei bottegai e prestatori di servizi, per cui la decadenza decisa per decreto rappresentava un atto ostile, persino per operatori economici di respiro nazionale come Mauro e Matacena, nonché per una larga parte dei colti, ai quali la conoscenza del passato dava conto della misura del declino.
Volendo concludere, l’input impresso dalle idee di Cavour al quadro sociopolitico italiano ha diviso un paese che aveva avuto parecchi stati, ma strutture produttive di uguale livello. Al Centronord l’intrallazzo finanziario e il parassitismo industriale alimentarono la formazione di un esercito del lavoro agricolo e industriale di tipo metropolitano, che è stato ed è rappresentato da formazioni politiche e sindacati coerenti con la sua condizione; al Sud, il saccheggio del capitale storico, dei surplus normali e dei surplus popolari da astinenza, la centralizzazione padana del capitale bancario di rischio, la mancanza di un proprio stato organizzatore, l’espropriazione del credito internazionale derivante dal massiccio afflusso della valuta rimessa dagli emigrati, non lasciarono altro spazio alla crescita capitalistica che una modesta nicchia in agricoltura; una situazione ben lontana dalla richiesta popolare di dar lavoro alle masse che la penetrazione di merci capitalistiche forestiere proletarizzava.
Le forze politiche e i sindacati italiani, coerenti con l’assetto occupazionale settentrionale, forse avrebbero voluto, ma oggettivamente non potevano e storicamente non poterono rappresentare gli interessi di un proletariato in larghissima parte esterno ai rapporti capitalistici di produzione. Quando questa versione del proletariato contemporaneo recepisce la lezione marxista, nega la negazione imperialistica e si afferma come il protagonista storico della liberazione nazionale dal sottosviluppo produttivo.
Insomma la Rivolta, per la partecipazione popolare che ebbe, poteva ben essere il principio della rivoluzione meridionale, se il proletariato non fosse stato da sempre solo. Invece, rimasta in mano al nazionalismo dannunziano di Ciccio Franco, si tramutò nel parto di una vecchia, in un aborto politico, nella contorta contrimmagine dell’impresa fiumana.

Nicola Zitara