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mercoledì 29 giugno 2011

Interviste dei Briganti: "Eugenio Bennato"

di Valerio Rizzo


Ho incontrato il più grande esponente attuale della musica popolare, il maestro Eugenio Bennato. Alla vigilia dell’intervista già si respirava nell’aria l’interesse per questo incontro. Ho utilizzato nuovamente la pagina più “sudista” di Facebook, “Briganti”, invitando le migliaia di persone iscritte a formulare domande al maestro e, si sa, la musica accomuna tutti, è arrivata una valanga di quesiti in meno di 24 h!! (Oltre 40). Per motivi di tempo ne ho selezionato poco più di una quindicina, mi scuso se non sono riuscito ad accontentare tutti, ma vi posso assicurare che le risposte di Eugenio sono così interessanti e, in alcuni casi così esplosive, che in qualche modo soddisferanno tutti.
Si è parlato di argomenti che vertono sul passato, sul presente e soprattutto sul futuro delle nostre terre. E finalmente si è messo fine alla diatriba ventennale sul testo della canzone “Brigante se more”. Buona lettura e buona visione del video a tutti!



PARTITI E ASSOCIAZIONI
Lucilla Parlato (Insorgenza Civile)
Qual è la vera storia della canzone "Brigante se more"? e del testo nella versione originale che dice “CE NE FUTTIMMO DO' RE BURBONE” e “NA JASTEMMIA” invece di "una preghiera"?
Eugenio Bennato: Questa storia è veramente ridicola! La canzone “Brigante se more” l’ho scritta io e c’è qualcuno che l’ha falsificata e cambiata. Ho scritto anche un libro dal titolo “Brigante se more”, quindi la risposta la do attraverso di esso. Quando scrissi le parole “nun ce ne fott' do' re burbone” intendevo sottolinearne il carattere anarchico e rivendicativo, che storicamente è più corretto. Quelli che hanno cambiato questi versi sono liberi di farlo, però almeno dicano che hanno falsificato il testo originale! “Brigante se more” è un mia creazione, mia e di Carlo D’Angiò, del 1980. Questa canzone ha avuto una grande storia e un grande merito: quello di aprire gli occhi a tanta gente.
Nando Dicè (Insorgenza Civile)
Che rapporto c'è fra Bennato e la Trasgressione?
Eugenio Bennato: Beh, dovrebbero essere gli altri a dirlo!La mia prima trasgressione avvenne quando a 20 anni, agli inizi degli anni ‘70’, fondai la Nuova Compagnia di Canto Popolare. Questo significava andare in direzione “impopolare” nel mondo giovanile. Eravamo nell’epoca della beat generation imperante, e ciò significava suonare il mandaloncello al posto della chitarra elettrica e così facendo scoprire un Sud nascosto, mentre a quei tempi si tentava di nasconderlo ancora di più, di non farlo trasparire, poiché molti ragazzi meridionali ripudiavano la loro appartenenza. Questi sono tutti gesti trasgressivi e probabilmente lo è anche l’ultimo che ho fatto, quello di celebrare i 150 anni dell’Unità scrivendo una ballata per Ninco Nanco e per Michelina De Cesare e i tanti brani dedicati alla contro-storia. Questa, sicuramente, è una manifestazione trasgressiva.
Enzo Riccio (Partito del Sud)
Qual è secondo te il miglior modo di diffondere la verità storica sulla "malaunità" del 1861? Anche per te questo è necessario, ma non sufficiente, per la riscossa economica, culturale e civile del Sud?
Eugenio Bennato: Il miglior modo è che ognuno si informi e legga! Il mio miglior modo è stato quello di scrivere “Brigante se more”, “Vulesse addeventare nu brigante” e “Canzone di Iuzzella”, e recentemente, dopo trent’anni, sono ritornato sull’argomento per scrivere quelle ballate che oggi rendono famosi personaggi come Ninco Nanco. Sicuramente prendere coscienza di quella storia ha un valore “contemporaneo”, non solo nostalgico e rivendicativo. “Contemporaneo” nel senso che i ragazzi che oggi fanno della brigantessa De Cesare un’icona, rappresentano una volontà di dare un’immagine diversa del Sud, di abbandonare il vittimismo, il fatalismo e di costruire qualcosa di nuovo con le proprie mani e le proprie forze, partendo dalle verità storiche e dall’esempio che ci dettero i giovani che nel 1860 si fecero ammazzare e morirono combattendo. Questo è il significato contemporaneo che io trovo tutte le sere ai concerti, diciamo una “presa di coscienza” della grande cultura del Sud.
INDIPENDENTISTI
Secondo te è pensabile una nuova Nazione Duo Siciliana o il Sud deve restare ancorato all'Italia?
Eugenio Bennato: Io questa ipotesi di tornare indietro nella storia non la vedo proprio! Il Sud deve restare unito all’Italia e all’Europa. La storia non fa marcia indietro! Il “nostalgismo” dei leghisti estremi lo lasciamo alla loro stupidità. Noi rivendichiamo un equilibrio, rivendichiamo che, in quella invasione da parte del Piemonte, il Sud è stato spogliato, depauperato, impoverito dalle rapine che l’esercito fece, a cominciare dal Banco di Napoli fino all’abbandono di fabbriche come Mongiana, in Calabria. Cose di cui si è taciuto! E’ importante affermare che la questione meridionale, questa ridicola “cosa” detta questione meridionale, l’hanno fatta nascere proprio coloro che hanno voluto annettersi in maniera così violenta il Meridione. Queste sono rivendicazioni importanti, e soprattutto è importante smetterla con questo senso di superiorità del settentrione che noi già abbiamo abbattuto con la musica, in quanto la musica etnica, negli ultimi trent’anni, e in particolare il movimento della Taranta, oggi crea un nuovo equilibrio. Dal Sud vengono fuori delle istanze artistiche di grande spessore. Quindi addirittura, per certi versi, si ribalta la situazione.
MERIDIONALISTI
Cosa pensi del centocinquantenario e della partecipazione compatta di molti meridionali a tale evento?
Eugenio Bennato: Io credo che questa manifestazione sia stata un’ennesima pagliacciata! Ho visto, proprio in quei giorni di marzo, dei meeting, dei dibattiti televisivi, degli show in cui, veramente, non si è detto niente. Ernesto Galli della Loggia continua a non dire niente, solo a vaneggiare, mentre Pino Aprile e altri dicono cose nuove e importanti. La celebrazione del 150° ha rifiutato il dibattito, le varie associazioni e partiti del Sud dovrebbero fare fronte comune per portare in piazza la grande potenza, oggi di natura diversa, che è la cultura. Io lo faccio tutte le sere coi miei concerti in tutta Italia. In questo momento sono a La Spezia, stasera si parlerà di Ninco Nanco e dei Mille partiti da Quarto, e ci sarà un grande entusiasmo come c’è stato ieri a Firenze. E’ importante che ci sia unità di intenti fra tutti quelli che hanno avuto il privilegio, dopo 150 anni, di conoscere la vera storia. Quella storia che per 150 anni è stata ignorata e molti meridionali ancora la ignorano! Come la ignoravano allora. Infatti nel 1860-61 gran parte della borghesia del Sud dette spazio a Liborio Romano, a Cavour e a La Marmora o a quei cialtroni come Cialdini, e si schierarono dalla loro parte. Poi c’erano i Briganti, evviva i Briganti!
Cantando per De Magistris, in qualche modo ti sei schierato politicamente. Ma il meridionalismo non dovrebbe essere distante da destra e sinistra?
Eugenio Bennato: No, non mi sono schierato politicamente. Ho semplicemente risposto ad un invito abbastanza gentile e insistente del Partito del Sud. Trovo che De Magistris mi abbia fatto abbastanza simpatia quella sera, però per me era semplicemente l’opportunità di incontrare un grande pubblico a P.za Dante. La questione destra-sinistra è una questione che non si pone perché penso che ci debba essere equidistanza, cioè la stupidità esiste a destra ed esiste a sinistra, così come l’intelligenza.
Pensi che nella "ribollente" galassia dei movimenti del Sud, che si è man mano ingrossata di tanti giovani (anche per merito della tua musica), possano "nascere" movimenti non più disposti ad accettare lo status quo? Quanto sei disposto a metterci la faccia in politica per le nostre terre?
Eugenio Bennato: Io la faccia in politica ce l’ho messa quando da ragazzo cominciai a parlare di questi argomenti. E quello probabilmente fu un gesto politico. Scrivere le parole “'Omm' s' nasc' brigant' s' mor'” è lasciare un segno forte, magari più di mille comizi o di mille dibattiti. Il rifiorire di questi movimenti è veramente stupefacente. Io non conosco di ognuno le istanze e le vocazioni, ma la cosa importante è che stia nascendo un grande dibattito e un grande movimento. Il 150° con la sua ufficialità ha bloccato tutto questo perché non lo ha preso in considerazione. Però il fermento è grosso e questo segue parallelamente due binari: quello della musica, laddove l’apertura di una scuola di Taranta a Bologna, a Torino e a Firenze ha costituito, di sicuro, un fatto rivoluzionario, e quello della storia, nel momento in cui il successo di “Terroni” di Pino Aprile è diventato un fatto importante nella cultura italiana, un fatto nuovo!
Cosa pensi del fatto che tuo fratello scriva prima "C'era un Re" e "Il capo dei Briganti", denotando quindi una certa conoscenza storico-risorgimentale, e poi scriva un inno ai 150 anni dell'unità d'Italia? Tu avresti mai fatto una cosa del genere?
Eugenio Bennato: Edoardo ha la trasgressione per antonomasia, lui essendo un artista può scrivere quello che vuole. Io quello che vedo è che spesso il pubblico, soprattutto quello politicamente motivato, tende a non comprendere. Faccio un esempio: la frase incriminata con cui è partita questa intervista: “E mo cantam' 'sta nova canzone, tutta la gente se l'ha da 'mparà, nun ce ne fott' do' re Burbone, a terra è a nosta e nun s'ha da tuccà” non ha nulla di anti-borbonico. Ovviamente il “filo-borbonico perso” questo non lo capisce, poiché è perso nella sua deficienza! “nun ce ne fott' do' re Burbone” non significa: “non ce ne frega niente dei Borbone” ma significa: “indipendentemente dal re Borbone, la terra ci appartiene!”. Quando si toccano certi tasti il pubblico spesso non riesce a comprendere e fraintende. Per quanto riguarda la canzone di Edoardo, la domanda dovete farla a lui.

DOMANDE ARTISTICO/MUSICALI
Cosa ne pensi del Festival della Taranta nel Salento? E dopo le amministrative ed i referendum, sta davvero nascendo una "nuova Italia" come canti in una tua recente canzone?
Eugenio Bennato: Quel festival credo sia una cosa molto positiva. Sono molto fiero che esista e vorrei dire, dopo 40 anni di carriera, che lo devono a me, o meglio, se esiste quella musica lo devono a me, perché abbiamo fatto in tempo a salvarla e a rivitalizzarla. Aspetto sempre, dopo 10 anni, che mi invitino al festival e quando si saranno scrollati dei loro complessi di inferiorità nei miei confronti lo faranno… In ogni caso è una cosa positiva perché è costituisce il segno dei tempi, è il segno di un Sud che vince!
Che stia nascendo una “nuova Italia” lo vedo tutte le sere quando sono sul palco, perché l’energia e l’entusiasmo sembrano un sogno. La nuova Italia non nascerà sui referendum o sui cambi di guardia politica, nascerà sui cambi di coscienza.
Cosa è cambiato ,da quando non eri famoso ad oggi? C'è mafia anche nelle case discografiche? E’ il governo che decide cosa ascoltare?
Eugenio Bennato: Si! Io tocco con mano la mafia delle lobby di distribuzione dei libri e dei dischi, ho by-passato questo ostracismo andando direttamente alla gente, però sicuramente c’è un problema molto grosso di sopraffazione da parte delle multinazionali, ma anche all’interno del nostro Paese. Ci sono organizzazioni che tendono a monopolizzare e a decidere. L’esempio più eclatante è la televisione. La Rai decide, ha creato una casta alla quale appartengono alcuni presentatori come Bruno Vespa, che è più importante di D’Alema, o Santoro che è più importante di tanti politici che vanno alla sua corte a farsi giudicare. Quindi esiste una casta che non ha niente a che vedere con le scelte, anche perché la televisione è quella che rincretinisce la gente, nel senso che crea una suggestione fittizia e al suo interno nascono poi dei poteri forti. E i poteri forti non sono solo Berlusconi, ma anche altri. Forse più forte di Berlusconi è Di Pietro, che attraverso la televisione ha fondato un partito dopo essersi fatto vedere da milioni di italiani (durante i processi di mani pulite ndr) e quindi in questo senso ha approfittato della gogna mediatica fatta ai politici al suo tempo (a Craxi e Forlani). Questo sicuramente è un meccanismo perverso dei nostri tempi.
Secondo te la 'malinconia' che si può riconoscere nella canzone napoletana classica e nelle forme più popolari della musica recente ha radici nella musica popolare più antica? è qualcosa di congenito come la 'saudade' portoghese-brasiliana o acquisito?
Eugenio Bennato: Si, hai citato la Saudade, soprattutto brasiliana, la malinconia è un modo di porsi, è uno stato d’animo del quale uno scrittore è interprete e per certi versi lo è anche l’ascoltatore. Però mi stai parlando di qualcosa di obsoleto, c’è la Napoli che noi ci siamo inventati negli anni ’70! Io, Edoardo, Toni Esposito, Pino Daniele, Enzo Avitabile e altri, questa Napoli non ha niente a che fare con la malinconia, ha a che fare con la vitalità, la lotta e l’energia!
Francesca Di Pascale
La canzone classica napoletana è, ormai da decenni, patrimonio dell'umanità più di quanto non sia patrimonio dell'Italia. La tradizione musicale popolare del sud è ricca e carica di suggestioni e di un fascino non descrivibile a parole. Come valorizzare questo patrimonio e quali iniziative mettere in campo perchè venga tramandato alle nuove generazioni?
Eugenio Bennato: Questo è un problema minimo perché nonostante non esistano istituzioni, manifestazioni e musei, la canzone napoletana è il simbolo dell’Italia nel Mondo. Quindi stiamo parlando di un problema debole, quasi inesistente. Valorizzare ancora di più? Si potrebbero fare tante cose…e Napoli è famosa per non curare le proprie “cose”! Ma questa lamentela la trovo inutile, poiché se vai a Tokyo, a New York o a Manila, dove sono stato di recente, cantano “O’ sole mio” e “Marì Marì”, quindi già abbiamo dato, grazie!!
Sei veramente consapevole di quanto importante sia il ruolo della tua musica nel veicolare un messaggio storico culturale di tale importanza ed imponenza, e di quanta energia essa trasmetta in chi è in grado di recepirla? In caso affermativo avverti il peso della responsabilità ?
Eugenio Bennato: Questa è una risposta in cui rischio di sembrare presuntuoso... Però io lo avverto giorno per giorno, ogni volta che scrivo una canzone. Sono consapevole che “Brigante se more” è stata addirittura alienata, cioè la scrivemmo talmente bene e interpretando alla perfezione il linguaggio popolare che a un certo punto qualcuno, diciamo sprovveduto e ingenuo, ha cominciato a dire che era un canto dell’800, il che non è vero! Però, comunque è stato cantato per 30 anni e continua ad essere cantato tutt’oggi come un inno. Stamattina ero a Firenze, mi ha telefonato mia figlia e mi ha detto: “Siamo passati per la villa comunale di Napoli e abbiamo sentito che contavano: Brigante se more!”. Quindi stiamo parlando di qualcosa di molto popolare che sicuramente ha cambiato tanto e questa consapevolezza io la avverto ogni volta che scrivo qualcosa. Adesso sta per uscire questo disco che si chiamerà “Questione Meridionale”, fatto tutto di brani inediti che ho scritto negli ultimi mesi e so che molti di questi brani verranno ripetuti e verranno cantati. La ballata che ho scritto per Ninco Nanco dice che lui deve morire perché si camp putess parlare e si parlasse putess dire qualcosa di meridionale, è stata cantata, in questa primavera, da decine di scuole, dai ragazzi delle scuole che lo hanno preso da You Tube. Ancora non è uscito il pezzo, eppure già se lo porteranno per tutta la vita! Quindi questa responsabilità di dire cose sensate ed equilibrate io l’avverto.
Ti occuperai anche della storia musicale siciliana e non solo?
Eugenio Bennato: Devo dire che vorrei occuparmi di tutto! Certamente la Sicilia è una regione che alla musica popolare ha dato tanto, basti pensare alla grandezza di Rosa Balistreri, alla poesia di Ignazio Buttitta o più recentemente a personaggi che fanno parte della mia vita e penso ad Alfio Antico, al Pastore di Lentini. Quindi la Sicilia fa parte profondamente della mia esperienza, ho scritto un pezzo nell’ultimo disco che si chiama “Mille” e racconta dello sbarco in Sicilia e dei siciliani che accolgono Garibaldi perché il Generale gridava: “La terra andrà a chi la lavora!”; falsa informazione che poi verrà smentita a Bronte subito dopo. Questo serve anche a capire che il Brigantaggio era alimentato soprattutto da tale rivendicazione sociale. Quindi la Sicilia c’è, e se me ne occuperò? Beh… io spero di fare tante cose!
Si potrebbe fare un bel concerto a tema che coinvolga tanti artisti famosi e amati dal pubblico, rigorosamente meridionali, a cominciare da tuo fratello e passando per Teresa De Sio, Petra Montecorvino, Pino Daniele e vari big e nomi minori?
Eugenio Bennato: Si! Io con Petra faccio continuamente concerti, Teresa viene spesso sulla mia scia, nel senso che ogni cosa che faccio dopo un po’ lei la ripete…comunque è un’interprete forte! Quindi se qualcuno lo organizzasse e se loro mi chiamassero, io parteciperei.
La frase: "Guardare avanti sì, ma a una condizione: che si tenga sempre conto della tradizione" è tua veramente, oppure è un'invenzione di Edoardo?
Eugenio Bennato: Questa è stata inventata da Edoardo, ma si riferiva a me ed era il periodo in cui stavamo fondando la Nuova Compagnia di Canto Popolare, e Roberto De Simone era il nostro grande nume tutelare. Quindi è una frase sua che però attribuisce a me, sostenendo: “Eugenio dice che io sono un rinnegato e che bisogna guardare avanti, ecc. ecc.”. Era un fatto ironico e un’autoflagellazione del rockettaro di fronte all’impegnato ricercatore di musica popolare che ero io.
Hai scritto il libro, è uscito il dvd, ma avevi promesso un nuovo cd con la raccolta delle canzoni sui briganti! Quando uscirà??
Eugenio Bennato: Io lo finisco domani mattina (19 giugno 2011 ndr) e uscirà fra due settimane, anche perché molti di questi brani del nuovo cd, “Ninco Nanco” e “Balla la nuova Italia”, sono già famosi e molto richiesti. Io li ho scritti l’anno scorso e li ho già suonati in concerto, quindi li hanno sentiti già migliaia di persone. Questo cd è già maturo e uscirà a breve, tra due settimane.


Valerio Rizzo: ti ringrazio Eugenio per la tua attenzione e la tua disponibilità e quando hai tempo seguici sulla nostra pagina “Briganti”
Eugenio Bennato: con piacere Valerio, grazie a tutti quelli che hanno formulato le domande. Sono stimolanti e poi testimoniano un interesse sull’argomento. Grazie a tutti.


martedì 28 giugno 2011

Storia della brigantessa Francesca La Gamba

Tratto da "Storie di donne diverse - Le brigantesse ottocentesche del meridione d'Italia" di Valentino Romano


E' difficile attribuire una data di nascita al brigantaggio femminile, ma una prima significativa figura femminile di età moderna può essere individuata in Francesca La Gamba, nata a Palmi (RC) nel 1768 e attiva nel decennio di occupazione francese (1806-1816).

Francesca, filandiera di professione, madre di tre figli, divenne capobanda, spinta da un'incontenibile sete di vendetta contro i francesi che l'avevano colpita negli affetti più cari. Rimasta vedova del primo marito, dal quale aveva avuto due figli, convolò in seconde nozze. Avvenente d'aspetto ed esuberante nel carattere, attirò le mire di un ufficiale francese che, invaghitosene, tentò - forte della sua posizione sociale - di sedurla. Respinto dalla fiera Francesca il militare pensò di vendicarsi in maniera terribile. Nottetempo fece affiggere un falso manifesto di incitamento alla rivolta contro l'esercito francese di occupazione ed il mattino successivo fece arrestare i figli della donna, accusandoli di essere gli autori della bravata. Alle suppliche di Francesca, l'ufficiale fu irremovibile: i giovani subirono un processo sommario e furono fucilati.

Francesca, pazza di dolore, si unì ad una banda di briganti che operava nella zona, dismise gli abiti femminili ed indossò quelli dei briganti.

In breve fornì prove di ardimento tali da divenire il capo riconosciuto della banda stessa, seminando ovunque il terrore. I francesi si accanirono nella caccia della donna, fino a quando un loro drappello cadde in un'imboscata tesa da Francesca. Tra i soldati fatti prigionieri la sorte volle che ci fosse proprio l'ufficiale suo nemico. Con una coltellata Francesca gli strappò il cuore e lo divorò ancora palpitante.

Nell'orrore di questa vicenda, pure caricata di colore dal mito, possono leggersi le ragioni che hanno spesso indotto tranquille popolane meridionali a trasformarsi in Erinni vendicatrici: la prevaricazione degli occupanti, il loro disprezzo per gli affetti feriti, l'irrefrenabile ansia di vendetta suscitata nei popoli conquistati.

Crollato il mondo familiare intorno al quale si è costruita a fatica una pur misera esistenza, la vendetta femminile si dimostra ancor più feroce di quella maschile.

lunedì 20 giugno 2011

Fa caldo....cosa c'è di meglio di un buon gelato per trovare un pò di refrigerio....e se vi dicessi che il gelato è un'invenzione tutta siciliana?

di Francesca Di Pascale

Alla fine del IX secolo gli Arabi occuparono la Sicilia dove trovarono i nevaroli dell'Etna e le neviere, che per secoli rappresentarono la sola soluzione sia per il piacere dei prodotti freddi, sia per la conservazione. Poiché con il miele, unico dolcificante noto allora, non sarebbe stato possibile creare una granita, è grazie alla canna da zucchero che gli Arabi rinvenirono in Sicilia che fu possibile creare le prime granite.

Lo scrittore arabo Ibn Ankal scrive:

«Lungo la spiaggia, nei dintorni di Palermo, cresce vigorosamente la canna di Persia e copre interamente il suolo; da essa il sugo si estrae per pressione. »

Inoltre in Sicilia si trovava abbondantemente il sale marino e la neve (sull’Etna, sui monti Iblei, sulle Madonie).

Notizie più certe riguardo al gelato si hanno sul trezzoto di Francesco Procopio dei Coltelli, un cuoco siciliano, che nel 1686 riuscì a preparare la miscela che tutti noi conosciamo oggi. Egli riuscì a introdurre alcune tecniche di refrigerazione presso le cucine dei re di Francia prima, e in seguito presso il Café Procope di Parigi, dove veniva servita una grande varietà di gelati.

Il gelato come "impresa" deve nuovamente le sue origini a Francesco Procopio dei Coltelli, cuoco siciliano.

Procopio utilizzò un'invenzione del nonno Francesco, un pescatore che nei momenti di libertà si dedicava allo studio di una macchina per la produzione di gelato la quale ne perfezionasse la qualità fino ad allora esistente. Un giorno riuscì nel suo intento, ma ormai anziano decise di lasciarla in eredità al nipote. Procopio, tempo dopo, stanco della vita da pescatore prese la sua macchinetta e cominciò a sua volta a studiarla, fece diverse prove e alla fine decise di partire in cerca di fortuna

Arrivò, dopo tanti insuccessi e successivi perfezionamenti, fino a Parigi.

Scoprendo l'uso dello zucchero al posto del miele, e il sale mischiato con il ghiaccio (eutettico) per farlo durare di più, fece un salto di qualità e venne accolto dai parigini come geniale inventore: aprì nel 1686 un locale, il Café Procope. Dopo poco, dato l'enorme successo ottenuto, si spostò in una nuova e più grande sede (oggi in rue de l'Ancienne Comédie), di fronte alla "Comédie Française".

Quel "Café" offriva: "acque gelate" (la granita), gelati di frutta, "fiori d anice", "fiori di cannella", "frangipane", "gelato al succo di limone", "gelato al succo d'arancio", "sorbetto di fragola", in una "patente reale" (una concessione) con cui Luigi XIV aveva dato a Procopio l'esclusiva di quei dolci. La fama di "più celebre Caffè letterario d'Europa" deriva dal fatto che i suoi clienti non erano soltanto gli attori, le attrici e gli altri componenti della Comédie Française, ma anche e soprattutto degli intellettuali, filosofi, letterati, Voltaire, George Sand, Balzac, Victor Hugo, Diderot, D'Alembert, De Musset, il Dottor Guillotin che diede la ghigliottina alla Francia, il tenente Napoleone che una sera lasciò in pegno il suo Bicorno per non avere avuto il denaro necessario a pagare le consumazioni offerte ai suoi amici...

Il "Café Procope" esiste ancora, anche se non più esercente la brillante attività che lo rese famoso in tutta Europa.

Dunque la diffusione su scala "industriale" del gelato nel mondo partì dalla Sicilia e più precisamente da Catania. Nel 1773 lo scozzese Patrick Brydone scriveva: "L'Etna fornisce neve e ghiaccio non solo a tutta la Sicilia, ma anche a Malta e a gran parte dell'Italia, creando così un commercio molto considerevole".

Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Gelato

venerdì 3 giugno 2011

A Motta S. Lucia divampa il “Fuoco del Sud”

di Valerio Rizzo



MOTTA S. LUCIA (CZ) – Non chiamate i pompieri! L’incendio è di natura culturale!
Proprio così, nel paese alle propaggini della Sila Piccola, immerso nella lussureggiante vegetazione, si sono incontrate decine di “focolai” che in questi anni stanno divampando nelle regioni meridionali.
Ma il lettore si chiederà: perché Motta?
Per rispondere a questa domanda bisognerà fare qualche passo indietro.

Motta Santa Lucia si erge a 590 metri sul livello del mare, geograficamente posta nella bassa valle del Savuto.
La storia di Motta è come quella di tanti altri paesi del Sud: dominazione greca, poi saracena, fino ad arrivare al Regno di Napoli e infine al Regno delle Due Sicilie.
Ma gli eventi tragici accaduti durante la conquista sabauda-piemontese, fanno diventare Motta il fulcro di quella ingiustizia storica che, ancora a distanza di 150 anni, si ha paura di svelare.
Il paese ha dato i natali al brigante Villella, il partigiano del Sud i cui resti furono oggetto di studio dello pseudo-scienziato razzista Lombroso, il quale concluse che la fossetta sporgente del cranio di Villella era la prova scientifica che le popolazioni del Sud fossero etnicamente inferiori e portate a delinquere. Da quelle scellerate teorie nasceranno le discriminazioni ed il razzismo, tutt’ora perpetrato dalla Lega, contro i meridionali.
Ma si sa, la storia alla fine è un cerchio che si chiude, e a distanza di un secolo e mezzo il sindaco di Motta, Amedeo Colacino, scopre di essere diretto discendente del brigante Villella e da quel momento in poi spende la sua vita per far ritornare i resti del suo avo nel comune calabrese. Infatti attualmente il teschio si trova ancora nel museo degli orrori di Torino, il museo Lombroso, sulla scrivania del visionario che lo utilizzava come ferma carte.

Ma veniamo ai giorni d’oggi. Come anticipato a Motta S. Lucia, a fine maggio, ha avuto luogo il più grande congresso di aggregazione di tutti quei movimenti politico-culturali del Sud. Si sono raccolte, come in un grande contenitore, tutte quelle fiammelle che a breve divamperanno in un incendio che libererà il Sud.
Nove, tra partiti e movimenti, hanno sotto­scritto un patto di unità d’intenti e di azione a cui si sono unite altre cin­que formazioni.
Dal congresso è emerso un “grido” di giustizia e di libertà con lo scopo di riven­dicare la dignità delle popolazio­ni del Mezzogiorno, offese nella memoria e nella quotidianità da non più tollerabili menzogne sto­riche, soggette ad una condizio­ne colonialista perpetrata dalla partitocrazia imperante che ha sottratto ogni forma di diritto al­lo sviluppo e al lavoro.
Hanno firmato questa intesa le maggiori compagini del neo-Meridionalismo: il Partito del Sud, In­sorgenza civile, il Partito per il Sud, Sud in movimen­to, Lucania Viva, Terronia, i Comitati Due Sicilie, il Movi­mento dei paesi di quartiere e il Movimento meridionale.
A questi si aggiungeranno presto altre grandi ed importanti formazioni come: Insieme per la rina­scita, Identità medi­terranea, Cass Sicilia,  Movimento per il Sud e Altro Sud .
Insieme al sindaco di Motta, Colacino, uno degli autori di questa pagina storica del meridionalismo è stato Lino Patruno, ex direttore della Gazzetta del Mezzogiorno e attuale Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Puglia, che col suo recente libro, “Il fuoco del Sud”, sta intercettando tutte le istanze di riscatto del Mezzogiorno.
Sono intervenuti anche Antonio dell’Omo, Domenico lannantuoni, Giusep­pe Spadafora, Maurizio D’Angelo, Nicola Manfredelli e Saro Messina.

Più volte i vari movimenti avevano tentato di unirsi, ma spesso, a causa anche di stupidi personalismi, non se n’era fatto più niente.
Questa volta però è diverso, questa volta si è capito che c’è un mare di cittadini che “sanno” e che hanno bisogno di una svolta politico-sociale. Se quello che è nato a Motta si trasformerà ben presto in qualcosa di concreto, ciò che ne scaturirà sarà “inondato” di consenso dal popolo del Sud!
Ma soprattutto bisogna fare in fretta, prima che la Lega raggiunga il suo obiettivo: dopo averci rapinati per 150 anni, adesso potrebbe scappare con la “cassa”!

giovedì 2 giugno 2011

LA REPUBBLICA UNIVERSALE DI FILADELFIA

TRATTO DAL BLOG  Un popolo distrutto







Questa storia che voglio raccontare è un pezzo del risorgimento che è noto a pochi per vari motivi, il primo sempre lo stesso che i fatti che accadevano nel nostro sud dovevano essere nascosti in quanto eravamo (e siamo) terra di conquista e secondariamente in questa "strana" storia erano coinvolti personaggi importanti per l'epoca capaci di creare un notevole scalpore e di riaccendere la scintilla sulle povere popolazioni meridionali ad atti di rivolta sociale definiti "brigantaggio" dalle  truppe di occupazione!   
Dopo l'Unità, diversamente da molti suoi compagni di lotta, Raffaele Piccoli (vedi nota a), non si integrò nel nuovo regno, rimanendo coerentemente repubblicano, così nel maggio del 1870 partecipò all'insurrezione repubblicana nella cittadina calabrese di Filadelfia assieme a Ricciotti Garibaldi (vedi nota b). L'insurrezione non ebbe successo e Piccoli riparò a Malta. Processato in contumacia, gli venne revocata la pensione attribuitagli come veterano dei Mille, unica fonte di sopravvivenza. Tornato in patria nel 1880, in miseria si tolse la vita a Catanzaro.             
Era il 7 di maggio del 1870, gli insorti di Filadelfia ispirandosi agli ideali mazziniani issarono la bandiera repubblicana, ma la popolazione già troppo scossa dalla recente conquista unitaria causa di tanti lutti e sofferenze subite dai fratelli italiani, non partecipò all'insurrezione che doveva portare più giustizia proprio tra i poveri ed ignoranti contadini.       
Siamo all’indomani dell’Unità d’Italia, l’insorgenza del brigantaggio è stata da poco debellata. Mazzini, sempre esule, avanti negli anni e provato nello spirito, non ha completamente deposto le speranze di riannodare il filo della cospirazione. Spera di accendere il fuoco della rivolta soprattutto nel Sud, dove, a tanti anni di distanza dagli sfortunati tentativi del Pisacane e dei fratelli Bandiera, il malcontento creato dalla tassa sul macinato, dalla coscrizione obbligatoria e dal prepotere dei ceti proprietari avevano fatto rifluire le speranze che l’unificazione aveva suscitato nelle popolazioni. I suoi seguaci passeranno all’azione nella primavera del 1870 nell’Italia centrale, in Sicilia e nella provincia di Catanzaro (i cosiddetti “fatti di Filadelfia”, a cui partecipò anche il figlio di Garibaldi, Ricciotti, assieme a molti Girifalcesi e Cortalesi). Del primo episodio abbiamo una intensa rievocazione filmica in “San Michele aveva un gallo” dei fratelli Taviani, del secondo è possibile rinvenirne traccia nella letteratura contemporanea, “Il birraio di Preston” di Camilleri: entrambe queste fonti potranno essere utilizzate per introdurre alla lettura dei documenti che riguardano gli avvenimenti. L’argomento è poco noto anche all’interno della ristretta cerchia degli specialisti, ulteriore segno dell’indebolimento della memoria collettiva e della debolezza degli studi storici calabresi: se ne occuparono in passato due studiosi di valore, Pavone negli anni ’50, Alatri nel 1970 ed è stato più recentemente ripreso in un pregevole lavoro di Michele Rosanò. Il saggio di P. Alatri, “Il moto repubblicano del 1870” potrà essere usato per una ricostruzione generale degli avvenimenti, mentre dallo studio di C. Pavone sulle “Bande insurrezionali della primavera del 1870” si potranno estrarre i documenti sulle bande calabresi, soprattutto le relazioni inviate al governo dei militari incaricati di sedare il moto da cui emerge una acuta descrizione della realtà sociale delle nostre contrade paragonabile a quella contenuta nella relazione Massari sul brigantaggio. Dalla lettura di alcune pagine del libro di Michele Rosanò, “I moti repubblicani del 1870 nella provincia di Catanzaro”, si potranno ricavare preziose informazioni sulla Girifalco e sulla Cortale del tempo mentre lo scritto di Antonio Cefaly del 1880, “Sulle condizioni dell’agricoltura e delle classi agricole nel mandamento di Cortale”, fornirà una vivida descrizione delle condizioni materiali di vita dei nostri antenati. Queste sequenze dimostrano che la storia locale non è una disciplina minore, ma è necessariamente legata alla storia generale: l’una e l’altra si integrano e si completano a vicenda. la "Repubblica di Filadelfia (4 maggio 1870), durata tre giorni. La sollevazione popolare fu guidata da Ricciotti Garibaldi che si pose alla testa di un moto antigovernativo in cui confluirono filoborbonici, briganti e cattolici. La rivolta partì da Curinga, dove fu proclamato il governo provvisorio repubblicano. A Filadelfia nel contempo veniva proclamata la Repubblica Universale. Il sogno utopico svanì presto e i rivoltosi furono sconfitti a Cortale dalle truppe regie e il figlio di Garibaldi, dopo essersi battuto strenuamente, riuscì a sfuggire alla cattura.            Per molti il termine "tamarro" è un'ingiuria, ma in questa parola, come in altre, si denominano le classi rurali calabresi che seppero con orgoglio, lavoro e sacrifici combattere la malaria e le incursioni saracene. II popolo contadino, legato alla propria terra e alla propria cultura, diede la caccia ai giacobini e fece la fortuna dei baroni, proprietari terrieri, i cosiddetti "gnuri". Un popolo che rifiutò la piemontesizzazione dei propri costumi per ribadire la propria identità e specificità contro la forzata colonizzazione dei nuovi conquistatori, pagando con la vita la sua ribellione.
Il Conte Carlo Plutino, nei primi anni del XIX secolo, fu uno degli imprenditori più innovativi. Nelle sue tenute di Archi aveva allestito un sistema integrato di aziende agricole intorno alle colture specializzate, attuando un sistema di canalizzazione delle acque dei sette fiumi del territorio. Inoltre, nel reggino esistevano 102 filande che davano occupazione ad oltre 3.000 operai, soprattutto donne. Mastri scalpellini e intagliatori, artigiani, lavoratori tessili che producevano panni e abiti ricercati anche dal poeta D'Annunzio, davano lustro e ricchezza alle nostre contrade. Esistevano una borghesia e un clero, in cui galantuomini, canonici ed abati diedero sviluppo allo spirito associazionistico attraverso confraternite, logge e società di mutuo soccorso al servizio del progresso del popolo. Per un territorio come Archi, queste ricostruzioni di microstoria sono anche un riferimento civile per quei giovani che guardano alla terra dove vivono come un quartiere attualmente in degrado. Questa "Storia" può rappresentare un'eredità, un richiamo alla memoria storica di un mondo con le sue tradizioni, le sue specificità e identità scomparse per l'ignoranza e l'incuria degli uomini. Una storia così nobile, cancellata da cataclismi, rovine e violenze non può essere dimenticata, ma va invece rivalutata e rivissuta nelle scuole, nella toponomastica, ma, soprattutto, nella coscienza civile dei suoi abitanti. (citazione di Daniele Zangari ).
L'ANTEFATTO
 Nel 1861 si ritrovarono a Londra Bakunin, Mazzini, Garibaldi e Luigi Kossuth, i quali convennero sulla necessità di un’azione immediata,data la situazione in cui versava l’Italia, lontana dal rigore morale del pensatore genovese, con Firenze e non Roma capitale, e con una società disuguale, nella quale le masse agricole meridionali vivevano di stenti e di umiliazioni. Si ignora se in tale incontro maturò un comune programma di lotta, ma a Catanzaro, dopo la fondazione da parte del Mazzini, nel 1866, dell’Alleanza repubblicana universale, i principi bakunisti e le aspirazioni mazziniane vennero unitamente propagandate da Raffaele Piccoli e da Giuseppe Giampà, quest’ultimo direttore del giornale “La luce calabra”, entrambi persuasi dell’urgente presa di coscienza da parte dei contadini, per la realizzazione di una società organizzata in forma repubblicana, nella quale gli uomini fossero liberi e senza classi, riuniti in un fraterno consorzio umano, senza costrizione alcuna.
LA STORIA

Approfittando del trasferimento, a seguito di promozione, del duca di Vastogirardi, prefetto di Catanzaro, alla sede di Trapani in data 28 febbraio 1868, il Giampà, richiesta ed ottenuta l’adesione di
Ricciotti Garibaldi, preparò l’insurrezione armata, scegliendo come zona di reclutamento Curinga, Cortale, Filadelfia e Maida.  Ai primi di maggio i congiurati raggiunsero Maida e Curinga, dove, secondo un cronista dell’epoca, trovarono gli appoggi necessari ed i rinforzi sperati. Il sei maggio la truppa mosse per Filadelfia, scelta quale sede del quartiere generale , sia per i precedenti del 1948 e del 1860, sia per gli appoggi di un certo potentato economico locale, di matrice garibaldina e borbonica. Il quartiere generale venne posto nel palazzo Serrao, i cui proprietari militavano nel fronte politico progressista e governavano il Comune con Bernardo Serrao, reduce dal Volturno, sindaco. Venne emesso uno statuto e battuta la moneta repubblicana. La truppa regia, però, arrivò improvvisamente dal Timpone alle ore sette dell’otto maggio, guidata da un brigadiere dei Carabinieri, alla testa del 63° fanteria regia. Mancò il tempo a Ricciotti Garibaldi ed a Giampà di organizzare la resistenza. I seguaci del movimento, tutti giovani contadini poco abili nel maneggio delle armi da fuoco, furono irrimediabilmente sconfitti, ventiquattro elementi vennero catturati compreso il Giampà, mentre Ricciotti Garibaldi nascosto in un primo tempo nella palazzina dei Serrao in località “Curti”, veniva catturato a Pizzo e rinchiuso nel castello Murat. (Questa fonte cita l'arresto di Ricciotti, ma quando conosceremo la vera storia?)