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mercoledì 26 dicembre 2012

La squadra di "scugnizzi" del P.G.S. Stabia e Briganti

Da ragazzino pensavo che se un Sacerdote piemontese aveva deciso di istituire opere di misericordia e di carità per gli scugnizzi del sud già a fine ottocento, ciò confermava che le problematiche sociali per i giovani dei nostri luoghi esistevano da sempre (come mi confermavano anche i libri sui quali studiavo).
Poi ho scoperto che Don Bosco già molto tempo prima aveva i suoi scugnizzi; solo che erano ragazzini piemontesi e si chiamavano “gugnin”, ed erano un’enormità per le vie di Torino, viste le condizioni di miseria e degrado in cui versava il popolo savoiardo.
E’ infatti da questo termine piemontese “gugnin” (monello) che deriva il napoletano “scugnizzo”.
Tuttavia, aver capito che i libri di scuola mi stavano imbrogliando, mi ha fatto anche apprezzare la figura di questo Santo, che ha amato e si è impegnato tutta la vita per ogni ragazzo come se fosse l’unico; “gugnin” o “scugnizzi”, bianchi o neri, ricchi o poveri che fossero erano tutti i Ragazzi di Don Bosco.
Oggi sono un volontario dell’associazione P.G.S. Stabia. Siamo quel che resta dell’ex oratorio salesiano San Michele di Castellammare di Stabia.
La nostra attività di volontariato sociale è rivolta al recupero di minori (e spesso anche adulti) a rischio dei nostri quartieri, in particolare del centro storico e di Scanzano, in collaborazione con la Parrocchia del SS.Salvatore a noi vicina.
Tale attività è ispirata alla vita, alle parole e alle opere di San Giovanni Bosco, ed al Suo fiducioso, smisurato e infinito amore per i giovani.
I RAGAZZI DI DON BOSCO a Castellammare oggi sono tanti, anzi troppi,ma sono bellissimi; e sono ovunque ma li incontra solo chi li vede; e sono maleducati ma per salutarti ti saltano addosso e ti danno un bacio; e non vanno a scuola ma non è mai stata una scuola fatta per loro; e se è vero come diceva Don Bosco che “… chi sa di essere amato ama, e chi è amato ottiene tutto, specialmente dai giovani. Non basta amare i giovani; occorre che loro si accorgano di essere amati”.
In qualità di volontari della P.G.S. Stabia promuoviamo lo “Sport come vettore di regole da trasferire anche in altri contesti, come unico terreno fertile dove i ragazzi disagiati con modelli sbagliati possono trovare un confronto con ragazzi di diversa estrazione sociale”.
Perché in altri campi, come la scuola, ragazzi provenienti da famiglie indigenti o di stampo delinquenziale finiscono per subire ogni giorno confronti frustranti e vengono sempre più ghettizzati. Questa frustrazione sfocia spesso in un complesso di inferiorità che a sua volta si trasforma in rabbia e violenza, unico atteggiamento conosciuto perché sperimentato sulla propria pelle in strada e, ancor peggio, in casa.
Lo sport, invece, riporta ad un confronto sullo stesso livello ragazzi diversi per provenienza, ceto sociale e possibilità economiche, ridona fratellanza, condivisione e accettazione.
Questi ragazzi vivono quotidianamente il disagio della loro diversità sin da piccoli, subendola in modo particolare nel vedersi negata la possibilità di sentirsi alla pari degli altri anche nel gioco (diritto essenziale ed inalienabile di ogni bambino). Crescendo, la presa di coscienza di tale diversità assume dimensioni enormi ai loro occhi, perché filtrata anche attraverso tutto ciò che il mondo mediatico (pubblicità, cinema, televisione etc…) e le sue (nostre) false necessità sembra voglia regalare a tutti tranne che a loro.
Questa amara consapevolezza li fa sentire perdenti in tutto: scuola(a che vale studiare? L’unico modo che ho di avere quello che ha il mio compagno è di prendermelo con la forza!); sport (non sarò mai in grado di affrontare chi si può allenare tre volte la settimana su un campo vero e con un preparatore vero, se per tirare calci ad un pallone devo aspettare che il marciapiede si liberi dalle macchine), etc…
Il nostro scopo è quello di farli sentire alla pari con gli altri, e l’unico campo sul quale il confronto con gli altri non li penalizza è quello sportivo.
Il confronto e l’integrazione con ragazzi appartenenti a realtà sociali diverse sarebbe impossibile in campo culturale, scolastico, familiare o anche solo verbale.
Lo sport è l’unico territorio dove la competizione parte alla pari perché basata sul gioco e la voglia di divertirsi. In campo non bisogna dare spiegazioni sul perchè “…mamma non ti accompagna a scuola?, …. tuo padre dov’è? , …. perché piangi?, … perché bestemmi?”, etc.. ; in campo affronti il tuo avversario giocando come lui, come tutti gli altri bambini della tua età.
Solo allora ti sembra di respirare aria pulita; di avere degli amici; che il goal che hai fatto tu non lo avrebbe saputo fare nessun’altro; che forse vali quanto gli altri o ci potresti riuscire; che è vero che anche tu sei amato da qualcuno.
Solo allora cominci a credere che anche il tuo comportamento può aiutare a mantenere pulite le strade della tua città; che alcuni dei tuoi nuovi amici ti possono accettare per quello che sei perché tu vali più di quello che ti hanno fatto credere; che se a scuola impari a leggere, scrivere e parlare bene puoi cercarti un lavoro decente; che il goal che hai fatto non ti porterà a giocare da professionista , ma sarà un ricordo dolce, che durerà per sempre, incancellabile dalla memoria come lo è ogni momento di gioia vera; che è giusto amare perché tutti siamo amati.

Quest’anno non siamo riusciti a trovare nessun benefattore che volesse sponsorizzarci pagando i kit sportivi, quindi anche se “stamm’a disperate” , come tutti i poveri abbiamo la libertà. Infatti ci troviamo liberi di stampare sulle maglie ciò che vogliamo.
Per il gruppo di ragazzi che seguo io, ho scelto BRIGANTI e sono felice e orgoglioso che mi abbiano dato il consenso.

Purtroppo non potrò mai pretendere che i ragazzi capiscano l’importanza storica e il drammatico significato di ciò che portano scritto sul petto (anzi, paradossalmente, a molti di loro dovrò spiegare che non li sto autorizzando a delinquere), ma continuo a pensare che nessuno più di loro è figlio della nostra storia, e ne è inconsapevole ma vero portavoce.

Essere non è avere. Essere è fare. Viviamo in un’epoca, però, dove il verbo fare viene trasformato continuamente in farsi (farsi la macchina, farsi il telefonino, farsi il vestito, etc…).
Ma la verità è che siamo ciò che facciamo, non ciò che ci facciamo.
Chi vuole fare con noi, può aiutarci tramite i BRIGANTI.

“ Mi basta sapere che siete giovani, perché io vi ami assai!”
Don Bosco.

Un volontario dell’associazione P.G.S. Stabia di Castellammare di Stabia.

sabato 8 dicembre 2012

Le mani della censura su Briganti



È accaduto l'impensabile. Dalle ore 15:00 del 6 dicembre 2012, Facebook, arbitrariamente e senza nessun avviso o spiegazione, ha bloccato gli account degli 8 amministratori di Briganti.
Tuttora non ci sono notizie dallo staff di Facebook, che sembra ignorare anche la valanga di segnalazioni che sta ricevendo.
Forse il Compra Sud fa paura? Forse migliaia di persone che conoscono la vera storia dell'itaGlia fanno paura?
Lo staff di Facebook però non ha capito bene una cosa, Briganti non sono gli 8 amministratori, Briganti sono 46 mila amministratori!!
In attesa di sviluppi vi consigliamo di iscrivervi alla pagina provvisoria: BRIGANTI2

mercoledì 28 novembre 2012

Montesano sulla Marcellana (SA) dice no alla Stazione “di morte” Elettrica di 70.000 metri quadri




Il Comitato Cittadino “Nessun dorma” costituitosi contro la costruzione di quella che potrebbe essere una mastodontica Stazione “di morte” Elettrica di 70.000 metri quadri, ad altissima tensione, che dovrebbe essere realizzata a pochi metri dal popoloso centro abitato dove viviamo e dove vivono altre 3000 persone, nella frazione Scalo di Montesano Sulla Marcellana in provincia di Salerno, con la presente lettera, alle battute finali di un lungo percorso intrapreso per evitare la costruzione della suddetta stazione elettrica, CHIEDE L’AIUTO DI QUANTI POSSANO VENIRE IN NOSTRO SOCCORSO IN QUESTA LOTTA, DANDO AMPIA ECO AL NOSTRO GRIDO DI ALLARME!

Tutto è iniziato nel giugno della scorsa estate, nel 2011, quando, in molti, percorrendo la strada obbligatoria che collega le diverse frazioni del paese, notammo che si lavorava a ritmi serratissimi di giorno e addirittura di notte, con enormi sbancamenti di terra e dunque con un via vai di camion spropositato, ad un cantiere enorme, apparso all’improvviso dal nulla, al posto del quale, fino a qualche giorno prima vi erano dei campi agricoli fertilissimi, attraversati dal Fiume Imperatore e dal Torrente Pantanelle.
In quei giorni, nel pieno della calura estiva, nei vari bar e nei ristoranti, si incontravano gli operai che uscivano dal cantiere per la pausa pranzo, tutti provenienti da altre regioni d’Italia… facevano discorsi strani, lasciando afferrare delle frasi del tipo: “ questi sono dei pazzi!” oppure, rivolgendosi alla gente del posto, domandavano perplessi: “ma cosa vi state facendo fare?” o ancora “non abbiamo mai realizzato un’opera del genere così vicina al centro abitato! Prima, per bere un caffè dovevamo prendere la jeep e fare minimo cinque chilometri, adesso arriviamo al bar a piedi in cinque minuti!”. Queste affermazioni ci lasciavano sgomenti e la tensione non faceva che salire tra la gente, mentre i lavori dell’ignoto cantiere procedevano così repentinamente e rumorosamente da rendere impossibile anche il riposo notturno ai residenti.

Iniziando così ad insinuarsi in noi il sospetto che potesse trattarsi di un’opera non lecita, non avendo mai sentito parlare di grandi progetti per quella località, ci rivolgemmo subito ad alcuni consiglieri comunali ( insediatisi con le elezioni che si erano svolte non più di venti giorni prima) per chiedere spiegazioni. I consiglieri di minoranza, anch’essi alquanto turbati e ancora nella confusione del caos elettorale, iniziarono immediatamente ad acquisire informazioni…
Intanto l’estate si faceva sempre più torrida, molti partivano per le vacanze, rendendo la cosa più difficile, mentre il cantiere continuava a ritmi serrati anche in pieno agosto, addirittura lavorando anche la notte precedente il Ferragosto!
Dopo che la minoranza consiliare ebbe acquisito tutti i documenti e fatta richiesta di un consiglio comunale straordinario, tenutosi il 22 settembre 2011, capimmo definitivamente che stava accadendo qualcosa di molto grave, ad un passo dalla nostra vita… Il progetto in questione, si riferiva ad un ma si stava realizzando tutt’altro! Di fatto, il Parco Eolico non si sarebbe mai realizzato! Si, se ne era parlato, ma nel lontano 2006! E quel progetto parlava di in un posto lontano da lì almeno trenta chilometri, in piena montagna! Che senso aveva allora costruire una sottostazione di 70.000 metri quadri senza il Parco? Che senso aveva in quella località pianeggiante a ridosso di un fiume, dove non soffia un alito di vento e che molto spesso con le forti piogge si inonda?
Decidemmo di costituirci in un comitato cittadino che nel corso di quest’ anno, dal settembre 2011 al novembre 2012 ha intrapreso diverse azioni.
Con i nostri legali ed i nostri tecnici, tutti volontari, passammo le notti ad esaminare tutta la documentazione fornitaci dalla minoranza consiliare, saltarono subito all’occhio numerosissimi illeciti amministrativi, primo tra tutti l’abuso edilizio in un’ area sottoposta a vincolo paesaggistico
( ex legge 42/04 art. 142 – fascia di rispetto fluviale- vallone Pantanelle n. 126 elenco acque pubbliche ) per la quale non fu, né è mai stato rilasciato lo svincolo da parte della Soprintendenza ai beni Architettonici e Paesaggistici di Salerno, Avellino e Benevento. In data 03/10/2011 il Comitato inviò un esposto alla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per sollecitare i controlli su quanto stava accadendo, la Sovrintendenza repentinamente inviò al comune l’ordine di sospendere i lavori ( Comunicazione della Soprintendenza al comune di Montesano S/M per estendere l'azione repressiva dell'Ordinanza n.26/11 nota della Soprintendenza prot. 9342 del 3/10/2011). La stazione elettrica sarebbe stata prevista, in un’area sismica, a ridosso del fiume Pantanelle, con il muro di cinta a meno di tre metri dalle sponde del fiume.

Dalle indagini per la verifica delle autorizzazioni da parte della Regione Campania emerse immediatamente un gravissimo illecito, la mancanza della V.I.A. da parte della Commissione Ambientale della Regione Campania per il Comune di Montesano, mentre la stessa veniva rilasciata solo ed esclusivamente per il Comune di Casalbuono (territorio dove il progetto era originariamente previsto, in una zona di alta montagna).
Intanto, magicamente, nella Seconda Conferenza dei Sevizi datata 2 Febbraio 2010 ( tenutasi presso il Sevizio Regolazione dei Mercati della Regione Campania) la sottostazione elettrica del parco eolico denominato Montesano –Casalbuono, si trasformava in una mega stazione elettrica di “importanza strategica nazionale” a trenta chilometri di distanza dal luogo del progetto iniziale e nel pieno centro abitato di Montesano Scalo, frazione di Montesano S/Marcellana. Mancava inoltre il parere della Commissione Paesaggistica del Comune di Montesano; Il progetto non era mai passato al vaglio del Consiglio Comunale e veniva presentato su mappe catastali vecchissime, dove sembrava non esservi presenza umana a chilometri. Tutti i permessi acquisiti, continuavano a riferirsi al 2008, ovvero alla Prima Conferenza dei Servizi ( 11/09/2008) , prima del cambiamento totale del progetto e della sua delocalizzazione, l’unica comunicazione redatta e trasmessa nei verbali della Seconda CDS restava la seguente: 10/02/2010 (prot. comune Montesano) SBS comunica agli Enti della CDS e p.c. a Terna, che " A valle delle richieste avvenute nella CDS dell'11/09/2008, sono state apportate mere modifiche progettuali consistenti nello spostamento di poche decine di metri alcuni aerogeneratori" , pertanto trasmette in allegato la relativa documentazione integrativa a corredo del progetto definitivo già esaminato. Data la scarsa rilevanza delle modifiche al layout dell'impianto, SBS ritiene di poter considerare validi i pareri di competenza già espressi e notificati. Allega il progetto con la nuova S.E. datato Dicembre 2009.
Appena messi a conoscenza di questo mostruoso inganno, come comitato promuovemmo immediatamente una petizione popolare che raccolse in poco meno di 15 giorni circa 2000 firme! Che furono depositate in Comune e presso tutti gli Enti che avevano partecipato alle Conferenze dei Servizi tenutesi a Napoli, evidenziando la truffa ed il raggiro nel voler far passare una mega-stazione elettrica di raccordo e smistamento per l’energia nazionale, per la quale occorrono tra l’altro permessi ministeriali, per un piccolo parco eolico posizionato lontano, sulla dorsale di una montagna.
Consapevoli che si stava per compiere uno sterminio di massa, grazie al consulto con oncologi di fama e di pediatri, valutando le conseguenze che quel tipo di onde elettromagnetiche avrebbero avuto sulla salute di noi tutti organizzammo un importante convegno, che si tenne il 28 dicembre 2011 invitando come relatori vari tecnici e medici specialisti che scrupolosamente esaminando la situazione, avvallarono tutte le nostre preoccupazioni.
La petizione intanto raggiunse anche al Presidente della Repubblica, che tramite la Prefettura, ci espresse il Suo sostegno.
Da allora, l’intero paese, il Comitato e l’Amministrazione Comunale tutta, i paesi limitrofi e l’Ente Parco, si sono mobilitati con tutti i mezzi a disposizione per dire “NO” alla Stazione Elettrica in pieno centro abitato a Montesano Scalo e all’elettrodotto che ne deriverà!
Denunciando che non è stata effettuata nessuna preventiva ed adeguata campagna di informazione per la popolazione, né sull’opera costruenda né sulle misure di prevenzione che s’ intendono adottare contro l’elettrosmog a quella distanza ravvicinata con le case, le scuole di ogni grado, la chiesa e tutte le attività commerciali e, tenendo conto che il territorio di Montesano Sulla Marcellana si presta notevolmente ad uno sfruttamento turistico per la presenza della vicina Certosa di Padula ( cinque chilometri ) ed è zona di grande interesse paesaggistico e tenendo altresì conto della naturale vocazione termale del comune ( sorgenti S. Stefano) ed evidenziando che il medesimo territorio è stato già “massacrato” da una mastodontica Stazione di pompaggio Gas Snam, a monte nella frazione di Tardiano di Montesano.

Dal 27.11. 2011, i lavori restano fermi per via del sequestro cautelativo da parte della Procura della Repubblica di Sala Consilina, grazie alle denunce dei cittadini che si sono costituiti parte civile.. Ma la società costruenda ha fatto ricorso al T.A.R. Lazio contro il Comune e contro la stessa Soprintendenza.
Abbiamo coinvolto nelle nostre azioni di sensibilizzazione anche le Associazioni Italia Nostra, Legambiente, ed il Copat che stanno seguendo la nostra questione, ritenendo che “interventi così pesantemente incisivi sul territorio, sulla qualità della vita degli abitanti e sul paesaggio debbano necessariamente essere pianificati con attenzione e concordati con le popolazioni residenti coinvolte, prassi regolarmente ignorata su tutto territorio nazionale, per evidenti interessi economici. In Campania é scandaloso che la Regione continui a non pianificare il settore energetico e ad approvare vari imponenti impianti, in modo quanto meno discutibile e superficiale. Straordinariamente sconcertante e' però la possibilità che la realizzazione di una stazione elettrica di tali dimensioni non solo venga imposta alla popolazione ma non sia stata regolarmente autorizzata”.
Sono state sollecitate interpellanze alla Regione Campania, presentate dall’On.Pica con richiesta di annullamento per autotutela dell’autorizzazione, facendo emergere le inspiegabili incongruenze dell’iter amministrativo , che proprio in Regione trovano le loro origini.( Tale procedura è stata richiesta precedentemente anche dal tecnico comunale, con esito negativo). Ed anche alla Camera dei deputati, con la cortese disponibilità dell’On. Zamparutti membro della commissione ambiente alla Camera. L’interpellanza ha evidenziato le giuste preoccupazioni della popolazione di Montesano, sulle ripercussioni negative di un tale impianto, che, ripetiamo, non porterebbe alcun beneficio alla popolazione, ma aumenterebbe soltanto i problemi di salute tristemente noti a tutti.
E’ stato presentato dall’ing. Donato Cancellara ( responsabile della battaglia sulla stazione di Spinazzola) con il nostro assenso, il 21/01/2012 un dettagliato ricorso al Ministero ai beni culturali su problematiche emerse in diversi progetti di stazioni elettriche Terna nelle Regioni: Campania, Puglia e Basilicata. In esso si sottolinea che le stazioni di Montesano S/Marcellana, Ariano Irpino, Montemilone, Spinazzola hanno tutte un unico denominatore, sono tutte ubicate in aree vincolate dal punto di vista paesaggistico e archeologico.
Sono state inviate azioni di proteste al Ministero dello Sviluppo Economico contro il piano di sviluppo di Terna che individua la stazione elettrica di Montesano come opera strategica. Si precisa che la stazione elettrica di Terna S.p.A., PRIMA di una sua autorizzazione alla realizzazione, DOVEVA essere presente in un documento chiamato Piano di Sviluppo della Rete di Trasmissione Nazionale (RTN), predisposto annualmente da Terna S.p.A. e tale piano Doveva ricevere l’approvazione del Ministero dello Sviluppo Economico,(come precisato all’art. 9 comma 2 lettera d del Decreto del Ministro delle Attività Produttive 20 aprile 2005), ancora ad oggi non pervenuta.

Il 27 maggio 2012 si è tenuto un incontro pubblico sulla problematica “stazione elettrica” con raccolta fondi per coprire le spese per intervenire nell’udienza di merito al TAR LAZIO con un intervento ad opponendum dei cittadini , per portare a conoscenza del Tribunale le motivazioni dei cittadini e far conoscere la brutta storia fatta di raggiri e falsità.
Il 3 Luglio 2012, si è svolta presso la VII Commissione Ambiente del Consiglio Regionale della Campania, l’Audizione relativa alla stazione elettrica di Montesano sulla Marcellana, ubicata in località Pantanelle.
L’audizione, presieduta dall’ On. Luca Colasanto e voluta dall’ On. Donato Pica, ha visto la partecipazione del primo cittadino Dino Fiore Volentini, del referente del comitato “Nessun dorma” Arch. Teresa Rotella, il legale del comitato Avv. Monica Vassallo, dell’Ing. Michele Rienzo capoufficio tecnico della comunità Montana, delegato da quest’ultima.
Durante gli interventi, sono state illustrate le motivazioni legali che dovrebbero impedire la costruzione della stazione elettrica oltre ad un ausilio di documenti e materiale fotografico: una stazione, come accuratamente è stato sottolineato, non una sottostazione come contrariamente viene presentata.
Il comitato, ancora una volta ha ribadito,infatti, la mancata distanza a norma delle abitazioni e in particolare come il primo nucleo abitativo si trovi a 25 metri dall’ opera, addirittura inglobato in essa e di come non venga rispettata la distanza prevista per legge dalla stazione e la distanza fluviale.
Inoltre, non risulta reso il parere della Soprintendenza per i beni architettonici e del paesaggio di Salerno, per un’area posta a vincolo paesaggistico: in tal caso è escluso il silenzio assenso per il parere riguardante il VIA (Valutazione Impatto Ambientale) per il parere paesaggistico di competenza della Soprintendenza e per il parere ambientale della Provincia o Regione.
Il Presidente Colasanto si è impegnato a convocare in tempi brevi i responsabili degli uffici competenti per un doveroso confronto sulle tematiche illustrate.
Sentenza Prima Udienza TAR Lazio:
con ordinanza collegiale n. 6471/2012 il TAR del Lazio reputa sia necessario acquisire dalla Regione Campania copia del provvedimento di autorizzazione della stazione elettrica completa di tutti gli allegati grafici e descrittivi agli atti degli Uffici, con particolare riguardo a quelli relativi alla progettazione della stazione medesima. Dovrà, altresì, essere redatta a cura della Regione una relazione di chiarimenti circa le caratteristiche e la localizzazione della stazione elettrica di cui al progetto di Essebiesse Power srl.
Lunedì 29.10.2012 presso la VII Commissione Ambiente della Regione Campania si è tenuta la Seconda Audizione ad oggetto: Stazione elettrica di Montesano .
Erano presenti : il Comitato con l'avvocato Monica Vassallo,Teresa Rotella coordinatrice del Comitato, Angela Spenillo e Lorenzo Spenillo in qualità di proprietari e cittadini lesi. L'on. Donato Pica che aveva richiesto la convocazione d'urgenza prima della Seconda Udienza presso il Tar Lazio. Era presente inoltre per l'Assessorato all'Ambiente, il funzionario del settore Dott.ssa Pollinaro. Il risultato è stato strabiliante: la corretta documentazione della V.I.A. e la documentazione grafica allegata riconfermano chiaramente che la Sottostazione era ubicata nel Comune di Casalbuono. Inoltre ci è stato consegnato il resoconto integrale dell’audizione da poter consegnare al Tar , con le conclusioni dello stesso, dove si evince che come cittadini di Montesano abbiamo ragione da vendere!
Il 7 Novembre 2012, c’è stata la seconda accesissima e durissima udienza dinanzi il Tar del Lazio sezione di Roma, nel giudizio n. 8582/11 Reg. ric.
L'udienza pubblica tenutasi oggi al TAR del Lazio ha visto la partecipazione degli avvocati delle società TERNA spa ed ESSEBIESSE Power, parti ricorrenti e degli avv.ti del Comune di Montesano S/M e dei cittadini, parti resistenti. ASSENTI: Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici delle province di Salerno ed Avellino, la Regione Campania e Legambiente.
La relatrice, dott.ssa Silvia Martino, ha palesato grande disappunto nei confronti del Comune di Montesano e della Soprintendenza in merito alla mancata impugnazione degli atti del procedimento nei termini di legge. Il Presidente Tosti ha mostrato enorme interesse per le ragioni dei cittadini che, a causa della "superficialità" mostrata dalla P.A. nel procedimento di autorizzazione, potrebbero subire una gravissima violazione del diritto alla salute. Il Presidente ha favorevolmente accolto, nonostante la irritualità, il deposito fatto dai cittadini costituiti, del resoconto verbale della VII Commissione Ambiente presso la Regione Campania relativo all'incontro del 29.10.2012, al quale hanno tra l'altro partecipato esponenti del Comitato, ma purtroppo, nessun esponente del Comune di Montesano e nel quale la dirigente del servizio VIA ha espressamente ammesso che sul progetto che si sta per realizzare la Commissione Ambiente non è mai stata convocata e che, pertanto, sul sito non esiste Valutazione di Impatto Ambientale. Occorre ricordare che TERNA si appresta a costruire una Sottostazione di trasformazione dell'energia elettrica da altissima a media tensione, su una superficie che si estende per 70.000 mq, 7 ettari, ad elevatissima emissione di onde elettromagnetiche, in zona vincolata ed antropizzata. Non possono essere fatte previsioni sui tempi dell'emanazione della sentenza. Si attende di conoscere il risultato, il quale, nella denegata ipotesi in cui dovesse essere negativo, si auspica da tutte le parti, sarà oggetto di impugnazione, dinanzi il Consiglio di Stato, da parte del Comune di Montesano S/M. I cittadini continueranno a battersi tenacemente per far valere le proprie ragioni sia davanti alle Autorità competenti, sia mediaticamente, cercando fino in fondo di difendere la propria salute ed il proprio territorio.
Il Sud dell’Italia, il nostro Sud, non può divenire una terra di tralicci, elettrodotti, stazioni elettriche come ha progettato Terna , con conseguente aumento di malattie mortali…
In questi giorni si sta decidendo il nostro futuro.
Abbiamo paura, tanta! Per la nostra vita, per i nostri affetti, per il futuro buio che potrebbe aspettarci, nessuno è più incentivato a fare progetti, ma dove potrà andare d’altro canto dopo aver investito i risparmi di una vita per comprare una casa?
Abbiamo paura che un Tribunale Amministrativo guardi solo al rispetto delle date e delle scadenze, ma non al valore della vita umana, senza dar peso a conseguenze disastrose ed irreparabili!
ABBIAMO BISOGNO DI AIUTO, DI FAR CONOSCERE QUESTA STORIA FUORI DAL CONTESTO DELLA PROVINCIA, PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI!
La portavoce del comitato Barbara Gallotto
La coordinatrice del comitato Teresa Rotella

venerdì 23 novembre 2012

Trentadue anni fa il Mezzogiorno sussultò

ASCOLTA AUDIO ORIGINALE DEL TERREMOTO



23 novembre 1980, ore 19:34: 90 secondi di paura, 6,9 gradi Richter, 679 comuni distrutti, 3.000 morti, 8.848 feriti, 280.000 sfollati!
Possono sembrare numeri di una guerra o di un bombardamento, ma non è niente di tutto ciò.
A provocare tale immane strage fu il secondo terremoto più forte della storia d’Italia dopo quello di Reggio Calabria e Messina che superò i 7 gradi.
Siamo in Irpinia e in Basilicata, era una domenica sera, fredda, d’autunno inoltrato di trentadue anni fa; molta gente era in casa, pochi in strada, mentre a Balvano, in provincia di Potenza, la chiesa era gremita per la prima comunione dei bambini.
All’improvviso si sentì un boato terribile, interminabile che fece crollare tutto, edifici e speranze, e soprattutto spezzò vite umane.


La chiesa di Balvano crollò, seppellendo 66 bambini che erano lì per condividere un giorno gioioso.
Ma anche Sant'Angelo dei Lombardi, Lioni, Torella dei Lombardi, Conza della Campania, Teora, Laviano, Calabritto e Senerchia vennero quasi rase al suolo.
Crollarono edifici a Potenza, ad Avellino, a Benevento, a Melfi e a Rionero, perfino nel centro storico di Napoli ci furono dei sussulti.
La scossa durò un minuto e mezzo e fu così forte che si avvertì in tutto il Centro-Sud, da Reggio Calabria a L’Aquila, facendo oscillare anche i palazzi di Roma.
Era l’inferno che, partendo dalle viscere della terra, si manifestava agli uomini impotenti di fronte a tale impeto distruttivo.
Lacrime e disperazione scesero come una nebbia su un’intera popolazione la quale si infittì nei giorni e nelle settimane successive per l’assenza, ancora una volta, dello Stato che non mandò i soccorsi con tempestività e i cittadini furono costretti a scavare a mani nude nelle macerie per salvare chi ancora era in vita.
Una radio locale di Avellino registrò la “voce del terremoto” casualmente, mentre stava componendo un mix di stacchi musicali su nastri da mandare in onda.
Una voce da ascoltare con rispetto, quel rispetto che l’uomo deve avere sempre per la Natura.ASCOLTA AUDIO ORIGINALE DEL TERREMOTO


VALERIO RIZZO

lunedì 19 novembre 2012

Gara di beneficenza "BRIGANTI e PINO APRILE per MORMANNO"















Comunicato stampa di Briganti
con la gentile partecipazione di Pino Aprile
e con il patrocinio del Comune di Mormanno (CS)

Presentano
Gara di beneficenza "BRIGANTI e PINO APRILE per MORMANNO"

che avrà inizio
lunedì 19 novembre 2012, ore 10:00
e terminerà
lunedì 24 dicembre 2012, ore 24:00

Le popolazioni dell'area del Pollino sono costrette a convivere con il terremoto a causa di uno sciame sismico che perdura da circa 2 anni.
Il 26 ottobre scorso, una scossa di magnitudo 5.0 ha provocato gravi danni nel comune di Mormanno e nelle zone limitrofe.
Il Sindaco Guglielmo Armentano ha chiesto al Governo il riconoscimento dello stato di calamità.

“BRIGANTI” con la partecipazione attiva di PINO APRILE per sensibilizzare l'opinione pubblica e rompere la coltre di silenzio su questa emergenza ha deciso di indire una gara, sulla propria pagina facebook, mettendo in palio una felpa "Briganti" e la primissima stampa del libro “Terroni” in lingua inglese diffuso nel Nord America con dedica personale.

Tutte le offerte perverranno direttamente all’Ospedale di Mormanno o al Comune, gravemente danneggiati dal recente sisma.

Solo al termine della gara si saprà chi si sarà aggiudicato la felpa Briganti e il libro messa in palio.
Ognuno potrà fare un’offerta a favore dell’Ospedale o al comune, tramite bonifico bancario
a favore di:

Comune di Mormanno Servizio tesoreria Fondi Ricostruzione Sisma 2012 - codice IBAN IT 86 S 07601 16200 001009362268
causale: contributo per i danni subiti dal sisma/ Gara Briganti

oppure

versamento su c/c postale N. 1009362268 intestato a: Comune di Mormanno, Servizio tesoreria Fondi Ricostruzione Sisma 2012
con causale: contributo per i danni subiti dal sisma/ Gara Briganti

dovrà poi inviarci copia del bonifico all’indirizzo e-mail gruppobriganti@gmail.com entro e non oltre il giorno Lunedì 24 dicembre 2012 alle ore 24:00
Chi avrà effettuato l’offerta maggiore vincerà la felpa messa in palio da Briganti, che gli verrà inviata all’indirizzo che in seguito ci indicherà.

Il nome del vincitore e la cifra da lui donata verranno pubblicati sulla pagina Briganti il giorno
Mercoledì 26 dicembre 2012 ore 18:00

PROGRAMMA
Lunedì 19 novembre 2102
Ore 10,00: Apertura della gara

Lunedì 24 dicembre 2012
Ore 24,00: Chiusura della gara

Mercoledì 26 dicembre 2012
ore 18,00: Ufficializzazione del vincitore e comunicazione della cifra raggiunta

Per rispondere a Cecchi Paone sulla condizione delle classi "basse" del meridione nel 1800


di Alessandro Arena



«A proposito di perversione dell’identità e dell’appartenenza! A me dispiace molto che i nostalgici non ricordino che le condizioni di vita delle classi misere erano spaventose sotto le Due Sicilie. La gente moriva di fame e di raffreddore, viveva pochissimo, erano tutti sporchi, erano tutti cattivi e senza destino. Ce lo dicono studi meridionalisti che non sono inventati e che descrivono l’orrore in cui viveva la classe popolare duosiciliana, altro che balle!»

Queste sono le dichiarazioni di Alessandro Cecchi Paone durante il programma a "Reti Unificate" di Canale 8.

Il punto è che le condizioni della classe bassa, contadina e piccola operaia meridionale (dato che gli apparati industriali non erano omogeneamente distribuiti sul suolo duosiciliano) nel 1861 non erano peggiori di quelli del popolo dell'Inghilterra liberale, modello e culla dell'Europa, esempio di progresso e sviluppo, durante i periodi delle enclousers, del laissez faire e della proto industria nella prima rivoluzione industriale, cioè fino al 1850 circa.

In prima istanza, la stessa Inghilterra è sempre stata al centro di accese critiche a causa delle misere condizioni di lavoro della classe lavoratrice, come dimostra l'opera di F.Engels ("The Condition of the Working class in England in 1844"), che delinea un panorama di disagio sociale, alta incidenza di malattie infettive, tassi di mortalità superiori alla media nazionale nelle zone industrializzate; o ancora il celeberrimo C.Dickens ("Oliver Twist"), che mette a nudo l'effettiva inutilità delle Workhouses (da ricordare lo scandalo di Andover, che fece emergere le inumane condizioni dei detenuti, costretti a mangiare le ossa che avrebbero dovuto usare come materia prima per i fertilizzati); ancora più noto è come il governo inglese lasciò invariate queste condizioni, lasciando alle compagnie di assistenza e alle associazioni religiose il compito di prendersi cura degli emarginati della società.
K. Marx pone le radici della sua critica contro il capitalismo e l'industrializzazione proprio in Inghilterra, dove l'inquinamento era sempre maggiore e gli operai costretti a vivere nei ghetti, gli "slums", a ritmi massacranti; un Inghilterra che si proietta verso il futuro e il progresso, ma che lascia dietro di sé uno scenario triste e tetro, rappresentato nei minimi particolari da Gustave Dorè.

Va inoltre ricordato che inizialmente, in particolare nella fase della proto-industria (cioè la fase di transizione in cui ancora prevaleva la produzione a domicilio), sopratutto nel settore tessile, quello che innescò la prima rivoluzione industriale inglese, erano le donne e i bambini che, per ore, lavoravano ai telai, grazie alle loro dita minute che permettevano di accelerare il processo produttivo.
È pur vero che, progressivamente, le condizioni delle classi basse migliorarono pian piano, ma furono a tratti interrotte bruscamente da un parlamento restio alle riforme in favore del basso popolo.


Analizziamo ora la situazione socio-economica duosiciliana.
Pur essendo anch'essa una monarchia, le prime spinte "liberali" del re si intravidero già dal XVIII secolo.
Tra il 1735 e il 1763, furono varate riforme che incisero sui tassi di mortalità, sulla salute e sull'ambiente. Venne istituita una "Giunta dei Veleni", per preservare l'ambiente dai nocivi scarichi industriali, seguita dalle "Leggi igieniche per la prevenzione sanitaria e ambientale" del 1743. Due furono le riforme per i poveri nell'arco di questi trent'anni: il "Real Albergo dei Poveri" del 1751 (che venne più volte ristrutturato ed utilizzato per molteplici scopi nel tempo) e il cimitero pubblico dei poveri di Capodimonte nel 1763. Successivamente, nel 1783, a seguito dei terremoti che colpirono Messina, la città fu interamente ricostruita secondo innovativi standard antisismici.

Dopo la grave crisi economica in cui versavano le casse del regno a causa dell'occupazione dei francesi della rivoluzione, i vertici del regno adottarono delle misure straordinarie per risanare il debito. Il re, infatti, tagliò i fondi all'esercito, agli alti funzionari regi, a coloro i quali disponevano di due stipendi; insomma, cercò di non far gravare il peso della manovra sulla classe bassa. Il risultato fu, appunto, il ritorno in attivo del real bilancio.

All'alba del 1860, il Regno delle Due Sicilie vantava la più bassa mortalità infantile nella penisola italiana e un bilancio pubblico in pareggio.

Come in Inghilterra, inoltre, le due sicilie disponevano già di un efficiente apparato agricolo che poteva soddisfare il fabbisogno del regno. Esistevano già grandi impianti industriali famosi in tutta europa con operai specializzati, formati da specifiche scuole, solitamente localizzate a Napoli.

Fino al 1861 ci fu un aumento demografico che potè permettere alle due sicilie di primeggiare ancora in Europa. Mancò solo quella spinta che avrebbe potuto da un lato aumentare e potenziare il settore agricolo, dall'altro preparare il terreno per un ulteriore progresso in ambito industriale, come accadde in Inghilterra, dato che si parla di rivoluzione che parte dai campi.
Ma già furono chiari i segni del re di andare incontro al popolo e ai contadini con la promulgazione della costituzione su modello di quella francese (che, pur essendo un nulla di fatto, dimostrò la volontà del re di andare incontro al bisogno e alle richieste del popolo).
Insomma, si intravidero già quelle manovre che avrebbero potuto rendere le Due Sicilie un regno ulteriormente avanzato in Europa e nel mondo, di iniziare e portare a termine la seconda rivoluzione industriale che, a partirè dalla metà del XIX secolo, arrivò nel resto del continente (sulla scia di quella inglese).

Il resto è risaputo. Lo stato sabaudo, con l'aiuto di Francia e Inghilterra, cancellò ed invase senza dichiarazione le Due Sicilie.
Cosa ancor più triste fu che il Regno di Sardegna era uno stato assolutamente incapace di poter gestire un'unificazione, che avrebbe dovuto richiedere un apparato burocratico statale davvero sviluppato.

Basta paragonare l'unificazione italiana a quella tedesca. Il regno di Prussia possedeva tutti i requisiti per un'unificazione di prim'ordine, "capeggiata" da Bismarck e seguita dall'efficiente burocrazia degli Junker, che portarono a termine un'unificazione senza eguali.
Proprio a questo proposito si sono largamente espressi grandi pensatori del tempo.

«[..]Che cosa ha ottenuto di meglio la diplomazia di Cavour? E' sorto un piccolo regno unito di second'ordine, che ha perduto qualsiasi idea di valore mondiale, cedendola al più logoro principio borghese, [...]un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un'unità meccanica e non spirituale (cioè non l'unità mondiale di una volta) e per di più di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo regno di second'ordine.
Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del Conte di Cavour!»
Fëdor Dostoevskij - Diario di uno scrittore, 1877.

«Non c'è chi possa comprendere quanto mi senta infelice quando vedo aumentare di anno in anno, sotto un governo materialista e immorale, la corruzione, lo scetticismo sui vantaggi dell'Unità, il dissesto finanziario; e svanire tutto l'avvenire dell'Italia, tutta l'Italia ideale. » Giuseppe Mazzini
Denis Mack Smith, Mazzini, Rizzoli, 1993, p. 286.

Insomma, è chiaro come il fiorente sviluppo del Regno delle Due Sicilie fu stroncato sul nascere. Sopratutto, è chiaro come la situazione sociale non era nettamente peggiore o migliore rispetto a quella delle monarchie e degli altri stati europei durante il 1800 e a cavallo tra le due rivoluzioni industriali.

Quindi, egregio sig. Paone, cerchiamo di non fare demagogia spicciola, tentando di calpestare ancora una volta il nostro passato, la nostra terra, cercando di far emergere una presunta ed inesistente inferiorità.
Grazie

domenica 18 novembre 2012

Crocetta zittisce Salvini




Scontro in diretta su Rai1 tra il Presidente della Regione Siciliana, Rosario Crocetta e il leghista Salvini.
Ai soliti piagnistei leghisti sul Nord che paga e il Sud che "fotte", Crocetta ha risposto duro ed ha zittito Salvini ricordandogli che basterebbe lasciare che la Sicilia applicasse lo Statuto Siciliano per ribaltare completamente la situazione. Cominciando proprio da quelle grosse aziende (come l'Eni, tanto per capirci) che arricchiscono il Nord con le lautissime tasse che invece dovrebbero andare per diritto alla Sicilia.
E contro le solite accuse relative al presunto apocalittico e scandaloso disavanzo delle casse della Sicilia, ha ricordato che il debito della intera Regione Siciliana è esattamente uguale al debito della sola città di Torino.
Crocetta ha concluso dicendo a Salvini:
"Ad ognuno venga dato ciò che gli spetta di diritto, e poi vediamo chi ci guadagna e chi ci perde."

Caro Salvini.....taci!!! [ca]

sabato 17 novembre 2012

Cosa c'entra il Sud con il tricolore?




Quali sono le origini del tricolore italiano? Il tricolore italiano deriva direttamente dal tricolore francese. Quest'ultimo, nato con la rivoluzione, adottò il blu e il rosso (i colori di Parigi) e nel mezzo il bianco (il colore della famiglia reale borbonica). Quando le truppe napoleoniche varcarono le Alpi, il tricolore francese fu "importato" in Italia e "riadattato": il verde sostituì il blu. Ma perché il verde? Secondo l'ipotesi più accreditata, la scelta ricadde sul colore delle uniformi della Guardia Civica milanese: quindi, al blu parigino, si sostituiva il verde meneghino [sic!]. Altra ipotesi, meno nota, vuole che fosse stata la Massoneria [azz!] a scegliere il verde, poiché era il colore della natura, quindi simboleggiava i diritti naturali dell'uomo.

Con l'istituzione della Repubblica Cispadana (Padana, PaTana), il tricolore verde, bianco e rosso fu adottato come vessillo di questo stato. Successivamente, con la costituzione della Legione Lombarda, e della Repubblica Transpadana (Padana, PaTana), lo stesso Napoleone stabilì che "les coulers nationales" da adottare fossero "le vert, le blanc e le rouge". Più tardi, con la fusione delle repubbliche Cispadana e Transpadana, nella Repubblica Cisalpina, rinominata poi, Italiana, e divenuta, infine, Regno, il bianco, il rosso e il verde rimasero i colori di questo stato, che inglobava gran parte dei territori dell'Italia settentrionale. Con la restaurazione il tricolore fu accantonato, salvo ritornare in auge con i moti del 1820-21. È, però, con il 1848, che esso viene adottato nuovamente come bandiera di uno stato: manco a dirlo, il Piemonte sabaudo [ari-azz!].

E il Sud? Tra origini francesi, guardia civica milanese, repubbliche cis e transpadane, che c'entra il Sud con il tricolore? Beh, direi poco o niente. Infatti, se con la conquista napoleonica, il tricolore francese era stato modificato con il verde in luogo del blu per il nord Italia, per il Sud continentale, dove era stata instaurata la Repubblica Partenopea, fu pensato un diverso tipo di modifica. Non veniva adottato il verde meneghino, ma si sostituiva il bianco (colore della monarchia borbonica) con il giallo, che accostato al rosso già presente sul vessillo, richiamava i colori dello stemma della città di Napoli. Caduta l'effimera repubblica, questo tricolore viene abbandonato e non fu rispolverato neanche durante i regni di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat.


Quindi, come arrivò al Sud il tricolore italiano? Beh, arrivò di "rimbalzo" dal nord, quando ormai si era stabilito che il verde il bianco e il rosso dovessero diventare i colori nazionali italiani. Così nel 1848, Ferdinando II, in concomitanza con la breve parentesi costituzionale, aggiunse un bordo rosso e verde alla bandiera del Regno delle Due Sicilie, modifica abolita con la soppressione della Costituzione. Nel 1860, infine, Francesco II, tra gli ultimi tentativi di recuperare il regno, inserì anche una legge sulla bandiera che adottava il tricolore a bande verticali verde, bianca e rossa, con lo stemma del Regno apposto nel mezzo. A ogni modo possiamo concludere che il tricolore arrivò definitivamente con i garibaldini, prima, e con l'esercito, dopo: fu insomma bandiera di conquista militare; voluta, in alcuni casi bramata, dal popolo, ma, poi, odiata e respinta e, infine, imposta con la forza delle armi di italiani contro altri italiani.

GIUSEPPE BARTIROMO

FONTI E BIBLIOGRAFIA:
AA. VV., Tricolore d'Italia, Roma, Opera Nazionale Orfani di Guerra, 1952.
Stefano Ales, Bandiere, stendardi, labari e gagliardetti dei Corpi militari dello Stato, Franco dell'Uomo e Giovanni Cecini, Roma, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, 2008.
Luigi Avellino, Verde Bianco Rosso – Il nostro Tricolore, Pompei, s.e., 1999.
Ugo Bellocchi, Il primo Tricolore – Reggio Emilia 7 gennaio 1797, Reggio Emilia, Ufficio Relazioni Pubbliche Lombardini Motori S.p.A., 1963.
Ugo Bellocchi, Il tricolore. Duecento anni (1797-1997), Modena, Artioli, 1996.
Oreste Bovio, Due secoli di Tricolore, Roma, Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, 1996.
Ito De Rolandis, Origine del Tricolore – Da Bologna a Torino capitale d'Italia, Torino, Il Punto - Piemonte in Bancarella, 1996.
De Rolandis, Orgoglio Tricolore – L'avventurosa storia della nascita della Bandiera Italiana, Asti, Editore Lorenzo Fornaca, 2008.
Tarquinio Maiorino, Il Tricolore degli italiani. Storia avventurosa della nostra bandiera, Giuseppe Marchetti Tricamo e Andrea Zagami, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2002.
Emiliano Pagano, Delle origini della bandiera tricolore italiana. Ricordi storici, Roma, Tipografia agostiniana, 1895.
Mauro Stramacci, Origini, storia e significato del Tricolore nel suo bicentenario , Conferenza tenuta il 16 giugno 1997 presso la Scuola Superiore dell'Amministrazione dell'Interno, 1997.Giorgio Vecchio, Il tricolore in Almanacco della Repubblica , Milano, Bruno Mondadori, 2003, pp. 42-55

martedì 6 novembre 2012

4 Novembre: festa delle forze armate o lutto nazionale?




Il 4 novembre è una delle ricorrenze per la finta patria chiamata Italia, ma, per tutti noi meridionali, è il lutto nazionale .

Commemorazioni in pompa magna, corone di fiori e comizi in quasi tutti i comuni d’Italia e prima fra tutte: la cerimonia all’Altare della Patria con i rappresentanti massimi delle istituzioni.

Queste le principali celebrazioni del 4 novembre, ma oltre alla solita retorica qualcuno si chiede se sia giusto festeggiare uno degli eventi più drammatici della storia del mondo.

In fondo la Grande Guerra è stata un’inutile strage, che ha causato solo in Italia 650.000 morti, 947.000 feriti, 600.000 dispersi!
Quindi sarebbe più opportuno istituire per il 4 novembre una giornata di lutto nazionale, soprattutto in alcune zone del Paese.

Stiamo parlando di quelle regioni che hanno dato il maggior tributo di sangue, il più numeroso contributo di giovani. Stiamo parlando delle regioni del Sud, da cui proveniva circa l’80% dei militari impiegati nella guerra (cosa ancora attualissima, se si considerano i caduti nelle missioni di pace), i cafoni meridionali a cui avevano promesso terre e condizioni migliori di vita.

Così come la Gran Bretagna durante la Guerra ha utilizzato soldati indiani e afgani, e la Francia è ricorsa a soldati algerini e tunisini, anche l’Italia ha usato i popoli delle sue colonie, l’ex Regno delle Due Sicilie (Non si dimentichi che quando Bismarck fu informato da un suo collaboratore in merito alla volontà italiana di avere possedimenti nel Corno d’Africa, rispose: “L’Italia non ha bisogno di colonie in Africa poiché le ha già in casa propria”).
In tutti i nostri paesi del Sud dilagano lapidi con centinaia e centinaia di nomi, tutti paesi che nel 1918 avevano 5000 abitanti e che adesso si ritrovarono con in media 230 caduti in guerra.
Un’intera generazione!!

Migliaia di ragazzi sono stati strappati dalla propria terra e scaraventati sulle Alpi per farsi massacrare dalle bombe austriache. Sono morti in solitudine, uccisi insieme ai loro sogni e all’illusione di poter ancora sperare in una vita migliore.
Il 4 novembre quindi deve essere decretato in tutti i comuni il LUTTO CITTADINO , non tanto per idee politiche o rabbia, ma solamente per rispetto di una intera generazione di giovani, soprattutto meridionali, che sono stati trucidati nella neve delle Alpi senza sapere nemmeno il perché.

P.S.
NdR: Sullo stesso tema consiglio anche la lettura dell’articolo di Nicola Zitara sulla Brigata Catanzaro. Per alcuni storici in effetti la prima guerra mondiale appare essere stata "inutile" nel senso che l’Austria sarebbe stata disposta a cedere i territori che il governo italiano richiedeva, senza necessità di combattere. Ma ovviamente in questo caso l’esercito non avrebbe potuto "dimostrare" le proprie capacità (ricordiamo si tratta fondamentalmente dello stesso esercito ed ufficiali che conquistò il Sud con i metodi ben noti). Insomma ci volevano 600.000 morti e quale migliore occasione di svuotare il Sud di buona parte dei suoi "cafoni"? (non erano sufficienti, evidentemente, i milioni di meridionali che emigravano in quel periodo). Quelle terre allora liberate a costo del sangue di tanti meridionali oggi guardano i figli e nipoti dei loro liberatori con intolleranza e razzismo a riprova del fallimento del processo di unità nazionale.


Editoriale pubblicato sul sito duesicilie.org il 10 novembre del 2008 da Valerio Rizzo

martedì 2 ottobre 2012

Enrico Mattei: la ricchezza deve restare in Sicilia, i siciliani non dovranno più emigrare

Enrico Mattei saltò in aria con il suo aereo il 27 ottobre del 1962, poche ore prima tenne un discorso memorabile a Gagliano Castelferrato (Enna), dove disse ai siciliani che il petrolio trovato nelle loro terre gli avrebbe portato benessere e avrebbe fatto in modo che la gente non emigrasse più e che, anzi, sarebbero ritornati gli emigrati.
Infine si scagliò contro le multinazionali estere.
Di seguito vi riportiamo il discorso integrale con le parti evidenziate in cui parla del risveglio della Sicilia, forse fu questa la causa del suo omicidio?? L' ItaliaUnita S.P.A. voleva tenere la Sicilia sempre come colonia interna?
I fatti giudiziari nati successivamente alla sua morte, portano purtroppo a pensare proprio questo...




L’ULTIMO DISCORSO DI ENRICO MATTEI



“Prima di tutto desidero ringraziarvi di questa calda accoglienza che abbiamo ricevuto, qui, nel vostro paese. Oggi si affacciano alla mia memoria quegli anni che possiamo considerare lontani, dell'immediato dopoguerra,quando nessuno credeva alle reali possibilità dei nostro sottosuolo.Noi cominciammo una lotta dura, fra l'ostilità di coloro che non credevano a queste possibilità dei nostro paese, poi giungemmo alle scoperte della valle Padana che hanno rivoluzionato - come diceva poco prima il vostro onorevole Lo Giudice - la valle Padana e l'alta Italia.Quando chiedemmo di venire in Sicilia, trovammo che non eravamo di moda: allora erano in momento favorevole tutte le compagnie petrolifere straniere. Io debbo ringraziare la Regione siciliana di averci dato tutto quello che in pratica era rimasto, che gli altri non avevano scelto. Volevamo dimostrare anche alla Sicilia quello che potevano veramente fare gli italiani,gli italiani che si rendevano conto di quello che poteva significare questo tipo di progresso per la Sicilia.Vennero i nostri primi geologi e gli scienziati, le prime squadre cominciarono il lavoro, svolto tra l'incredulità ed una certa ostilità. Arrivammo al rinvenimento del petrolio di Gela: a Gela oggi sta sorgendo un enorme complesso.Il vostro presidente, ieri, ci ha onorato di una visita e si è reso conto di che cosa si può fare in Sicilia. Il nostro ringraziamento va a tutti i nostri scienziati,ai nostri operai, ai nostri tecnici, a tutti coloro che giornalmente si impegnano nella dura fatica di trovare nelle viscere della vostra terra le ricchezze che vi sono nascoste. Avete visto con quanto impegno ci siamo messi in questa impresa: momenti di attesa, di speranza, di lavoro duro, di polemiche ideologiche contro di noi. Siamo arrivati a scoprire il metano anche a Gagliano: di questo ringraziamo il Signore Iddio, perché gli uomini possono stabilire con i loro mezzi se ci sono le condizioni favorevoli, ma è solo l'aiuto divino che può far arrivare gli uomini a dei successi. Le risorse e le riserve che sono state messe alla luce sono importanti, però probabilmente lo saranno ancora di più perché prosegue il lavoro di ricerca dei nostri tecnici.Noi siamo convinti che la vostra terra conserva ancora beni nascosti, perciò noi siamo impegnati con tutti i nostri uomini. Dovete ringraziare veramente il vostro presidente per quello che ha fatto per questo paese, per questa provincia povera. Amici miei, anche io vengo da una provincia povera, da un paese povero come il vostro. Pure oggi c'è qua della nostra gente – io sono marchigiano, quelli sono paesi poverissimi - che viene a lavorare in Sicilia:perché prima di qui, in alta Italia e nel centro Italia, abbiamo fatto ricerche minerarie come queste, e quindi abbiamo creato le scuole, abbiamo creato gli uomini che operano in Sicilia e pensiamo di mandare anche siciliani in altre zone d'Italia. Poi, con le riserve che sono state accertate, una grande ricchezza è a disposizione della Sicilia.Amici miei, noi non vi porteremo via niente. Tutto quello che è stato trovato -che abbiamo trovato - è della Sicilia, e il nostro sforzo è stato fatto per la Sicilia e per voi.Giustamente il vostro presidente diceva che noi non abbiamo nessun profitto personale. E’ vero: noi lavoriamo per convinzione. Con la convinzione che il nostro paese, e la Sicilia, e la vostra provincia possano andare verso un maggior benessere; che ci possa essere lavoro per tutti; e si possa andare verso una maggiore dignità personale e una maggiore libertà.Amici miei, io vi dico solo questo: noi ci sentiamo impegnati con voi per quanto c'è da fare in questa terra. Noi non portiamo via il metano; il metano rimane in Sicilia, rimane per le industrie, per tutte le iniziative, per tutto quello che la Sicilia dovrà esprimere”.Dalla piazza una voce interrompe: “Così si può levare questa miseria di Gagliano”.Rivolgendosi all'anonimo, Mattei dice:“Amico mio, io non so come lei si chiami, ma anch'io ero un povero come lei;e anch'io ho dovuto emigrare perché il mio paese non mi dava lavoro; sono andato al Nord, e adesso dal Nord stiamo tornando al Sud con tutta l'esperienza acquistata Noi ci impegniamo con le nostre forze, con le nostre conoscenze, con i nostri uomini, a dare tutto il nostro contributo necessario per lo sviluppo e l'industrializzazione della Sicilia e della vostra provincia.Io vi devo chiedere - come ho già chiesto al sindaco - scusa di non essere venuto prima. Ma sono gli impegni che abbiamo in tutto il mondo: ci sono 50 mila persone che oggi operano in questo gruppo; e su 50 mila persone ci sono mille e seicento ingegneri, 3 mila periti industriali e geometri, 2 mila dottori in chimica e in economia, 300 geologi, decine di migliaia di specialisti che si muovono in tutto il mondo. E tutto questo porta lavoro, porta responsabilità,porta un grande impegno; ma io conoscevo esattamente la situazione di Gagliano, delle sue riserve, di questo lavoro, delle possibilità che esistono per l'avvenire. Le abbiamo seguite giorno per giorno, con ansia, e qualche volta,molte volte, ne eravamo felici. Ora su questo si deve innestare un successivo lavoro, si devono innestare industrie che dovranno portare in questa zona benessere e ricchezza. Noi ci impegniamo insieme con voi, con tutti.Potete contare sulla nostra opera, come avete potuto contare su tutto quanto abbiamo compiuto fino ad oggi senza che ci fosse stato richiesto. L’abbiamo compiuto perché sapevamo - se arrivava il successo - di poter raggiungere dei risultati che cambiano la fisionomia della vostra regione. E noi andremo avanti in questo, seguiteremo il nostro lavoro di ricerca perché più risorse vengano reperite, queste risorse sono tesori. I tesori non sono i quintali di monete d'oro, ma le risorse che possono essere messe a disposizione dei lavoro umano.Amici, desidero ancora ringraziarvi per queste vostre accoglienze che io sapevo mi avreste fatto, ma non così calorose come invece ho trovato, perché so che vi rendete conto dello sforzo che abbiamo compiuto e di ciò che vi portiamo, e quindi fra di noi non poteva esserci che simpatia e fiducia.Sapevo che un giorno sarei venuto in mezzo a voi, che voi mi avreste guardato con simpatia e con affetto. Abbiamo discusso, con i vostri rappresentanti, dei vostri problemi, molti dei quali non sono che problemini.Non assorbiremo 70 persone, ma tutti coloro che potrete darmi, tutti, e sarà necessario che tornino molti di quelli che sono andati all'estero perché a Gagliano avremo bisogno anche di loro. Noi non vi porremo dei limiti. Noi vogliamo solo stabilire una collaborazione che duri sempre. C'è una scuola di qualificazione da fare? Mi darete il vostro contributo, indicandomi i corsi che dovranno essere istituiti. Sono piccoli problemi: l'importante è questa enorme massa di risorse che da oggi è messa a disposizione della Sicilia, e sulla quale si potrà e si dovrà costruire, se ci sarà l'impegno di tutti”.


(ENRICO MATTEI, discorso ai cittadini di 
Gagliano Castelferrato (En), 27 ottobre 1962, due ore prima di morire)












venerdì 28 settembre 2012

Made in Sud: semplicemente…ci si abitua!

ARTICOLO DI FRANCESCA MARTIRE PRESO DAL GIORNALE ON-LINE: CORSO ITALIA NEWS  DOMENICA 09/23/2012 - 01:00



Semplicemente ci si abitua alla circum che non passa, ai fondi che non arrivano mai, alla malasanità…
Ci si abitua al fatto che tutto QUI funzioni COSì… ci si abitua ad essere chiamati “Terroni”, limitandosi a proferire un riduttivo “Vabbè”.
- Hai visto che bel progetto hanno fatto “SU”? Che bella iniziativa al “NORD”?
- Ma cosa vuoi… QUI funziona COSì…
Eppure chi direbbe che il Cantiere di Castellammare di Stabia fu il primo cantiere navale moderno?
Quanti di noi sanno che la Calabria, già ai tempi dei Borbone, era tra le regioni più industrializzate d’Europa grazie, ma non solo, al polo siderurgico di Mongiana (Vibo Valentia)? E che fu proprio lì che furono costruite le rotaie della Prima linea Ferroviaria italiana Napoli-Portici?
Ci crederebbero pazzi se dicessimo che a Messina è dal ben lontano 1783 che si discutono i primi criteri per la rapida ricostruzione post-sismica, proprio nello stesso luogo in cui ancora oggi numerosi abitanti vivono in baracche dislocate in seguito al terremoto del 1908.
O ancora, ci prenderebbero per matti se parlassimo degli svizzeri che emigrarono per venire a lavorare presso gli stabilimenti tessili di Salerno, Caserta e provincia… Uno tra i più importanti sito a Piedimonte d’Alife.
A coloro che quando vi incontrano non perdono occasione per ricordarvi quanto i Napoletani siano incivili e irrispettosi in tutto e anche nella raccolta differenziata, rispondete che proprio qui, a Napoli, fu varata la prima legge sulla raccolta differenziata per il vetro che sanciva oltre a questo, anche i criteri di pulizia delle strade ad opera del Regno e del singolo proprietario.
A chi definisce il popolo meridionale ignorante, rispondete che è colui che lo dice ad essere tale, perché ignora, ossia non sa che Napoli nel Regno delle Due Sicilie detenne il primato per numero di tipografie esistenti.
Ma forse la colpa dei nostri problemi attuali è delle tasse che non paghiamo? Degli evasori che rigorosamente sono situati al di là della linea immaginaria che divide il cosiddetto “Nord” dal cosiddetto “Sud”, luoghi non geografici ma assolutamente e puramente mentali?
Eppure con i Borbone la tassazione del Regno delle due Sicilie era più lieve rispetto a quella del resto d’Italia... Dunque, tassazione minore uguale maggiore realizzazione cultural-economica..
Un binomio che stride, che urla, che si chiede il perché…
Il perché del cambiamento, il perché di un sogno spezzato, il perché, a distanza di tanti anni, si vorrebbe costruire il Ponte sullo Stretto… in particolare ripensando al successo del primo ponte sospeso in Italia nonchè il primo in Europa continentale, datato 1828-1832 e costruito sul Garigliano, tutt’ora esistente e sprezzante dell’invidia della popolazione inglese e di quella francese; quest’ultima in particolare, che vide crollare il suo Ponte degli Invalidi sulla Senna.
Se la prima cattedra universitaria di economia è stata conferita a Napoli ad Antonio Genovesi, non dovrebbe risultarci difficile fare bene i conti in ambito economico… Eppure i detti conti non tornano se si omettono quelli che per secoli ci hanno descritto come “particolari”, gli stessi particolari che tali non sono in quanto detengono le cause del fenomeno della tanto discussa questione meridionale.
L’amara verità è che quella che avrebbe dovuto essere l’unità d’Italia divenne ahinoi la conquista del Sud ad opera dei Savoia, con conseguente utilizzo dei beni provenienti dal Regno delle Due Sicilie per colmare quelli del Piemonte Savoiardo.
Il quadro che se ne delinea attualmente è che, quello che ora appare come un Sud ribelle rispetto alle regole nazionali, fu invece assoggettato, conquistato, con la perdita di innumerevoli innocenti.
Maltrattamenti, stupri, distruzione, razzie erano all’ordine del giorno, eseguiti dagli stessi “Fratelli d’Italia”.
Generali o presunti tali avevano il compito di domare i “selvaggi”, avallati dalla Legge Pica che concedeva la libertà ai militari di fare tutto ciò che gli passasse per la mente, compreso il diritto di esercitare rappresaglia in ambito sia fisico che monetario.
Nei 40 anni successivi all’Unità d’Italia, i finanziamenti per lo sviluppo ferroviario furono gestiti in modo da collegare il Nord con il Nord ed il Nord con il Sud ma non il Sud con il Sud. Un piccolo esempio, questo, che può ricondurci a realtà quali quella lucana , ad esempio, terra meravigliosa ma purtroppo malamente collegata dal punto di vista dei trasporti.
Ma ciò che lascia ancor più impietriti, è la spesa per coste, spiagge e fari destinata principalmente al Nord… Provate un po’ a pensare alle coste del Sud…Considerate che sono di gran lunga più estese di quelle del Nord e tirate le somme… Ne verrà fuori un focus sull’Italia vista per quello che era e che è, eliminando i punti di vista e, in particolare, quello denigratore nei confronti del Meridione, frutto di un’ideologia sbagliata tramandataci da sempre.
Il Sud viene spesso accusato di aver sprecato innumerevoli quantitativi di fondi ottenuti…Ma è davvero così? In realtà, è da subito dopo l’Unità d’Italia che esso viene derubato e quello che verrà poi definito “brigantaggio” altro non è se non una forma di resistenza al depauperamento incalzante sfociata poi nel fenomeno dell’emigrazione.
Anche volendo esaminare il tutto in tempi recenti, senza guardare troppo indietro, vedremo che il piano Marshall fu rivolto primariamente per la ricostruzione del Nord Italia, già favorito in tempi addietro.
Ciò detto, questo articolo non vuole essere ne è assolutamente un invito a scagliare i suddisti contro i nordisti, ma semplicemente è un monito ad essere imprenditori di se stessi, a credere in ciò che si è.
Perché se è vero che si impara dal passato, noi ne abbiamo uno glorioso e sarebbe davvero un peccato sprecare il sangue di chi ha lottato prima di noi per una Terra migliore, dando il futuro per scontato.
D’altronde, se siamo noi i primi a non scommettere su noi stessi, chi lo farà?
Forse è proprio questo ciò che i nostri avi ci hanno lasciato in eredità, quello che Thomas Sankara definisce con questa succinta quanto significativa frase:
“il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità”.


giovedì 13 settembre 2012

La Calabria si ribella!!

Non è uno scherzo, né un fotomontaggio! E' successo realmente! In un comune, in provincia di Cosenza, un bullo pregiudicato di 27 anni ha tentato di estorcere denaro ad un commerciante.
La reazione è stata però molto diversa da ciò che si aspettava il ventisettenne, infatti il titolare lo ha massacrato di botte e a giudicare dal referto medico ne ha date di santa ragione!
Così come il commerciante di Cosenza ci sono centinaia, se non migliaia, di commercianti che reagiscono al pizzo, ma questo esercito di eroi è totalmente ignorato dai mass media nazionali i quali sono più attenti a diffondere notizie a carattere cubitali sulle negatività della Calabria.
Un altro dato interessante è stato il fatto che questa foto ha fatto il giro del web in poche ore avendo migliaia di condivisioni e commenti.
Questo la dice lunga, soprattutto su due fattori fondamentali: il primo è la potenza di diffusione del web, il secondo è la voglia di reagire, la voglia di liberare le proprie terre dalla mafia (ma non avevano detto che al Sud sono tutti omertosi?!?)
Basta solo ricordare che ci sono migliaia di vittime di mafia e sono tutte persone siciliane, calabresi, campane, pugliesi e lucane.
Al Sud dunque si combatte e lo si fa da 152 anni!!



mercoledì 12 settembre 2012

C'E' TUTTA LA STORIA DEL SUD NELLE VICENDE DI TARANTO

I diversi atteggiamenti dello Stato nella gestione delle due emergenze: a Genova si favorì la chiusura delle cokerie mentre a Taranto no.

La storia sembra ripetersi senza risparmiarne gli errori. E’ la storia del sud, quella che non si trova nei libri di scuola ma nelle ricostruzioni di attenti cronisti. La guerra di unificazione conclusa nel
1862, fu in realtà un’azione di invasione del settentrione; una ‘piemontizzazione’ selvaggia ed aggressiva della penisola. “Il sud fu unito a forza, svuotato dei suoi beni e soggiogato per consentire lo sviluppo del nord”, riporta puntualmente lo scrittore Pino Aprile nel suo libro ‘Terroni’. Come dargli torto visto che ai tempi dell’unità il divario tra le due metà del paese non era ampio come lo è oggi. “Una parte dell’Italia, in pieno sviluppo, fu condannata a regredire e depredata dall’altra, che con il bottino finanziò la propria crescita e prese un vantaggio, poi difeso con ogni mezzo, incluse le leggi”, ancora Pino Aprile, ancora ‘Terroni’. Sprazzi di storia che riaccendono l’attenzione sul peccato originale che oggi, anche a Taranto, i meridionali pagano caro. Lì ha origine quella colonizzazione che molti anni dopo ebbe seguito anche nelle politiche di industrializzazione. Le discariche e le industrie più pericolose, più inquinanti, hanno trovato posto in un sud che non ha mai strutturato una classe politica in grado di riequilibrare la sudditanza di partenza (o forse il gap di potere e rappresentatività era davvero troppo ampio). La necessità di dare una risposta alle esigenze occupazionali, poi, fu, come è tutt’oggi, il miglior viatico all’affermazione degli interessi ufficialmente definiti ‘nazionali’.

Le due ‘italie’

Anche nell’approccio alle problematiche più delicate emergono diversità di trattamento tra le due ‘italie’. Quanto sta accadendo in queste settimane a Taranto, infatti, non può non essere messo a confronto con quando a Genova la stessa Ilva, sempre l’area a caldo, fu bandita per sempre. Per Taranto c’è l’obbligo della convivenza col mostro dell’acciaio, alla città Ligure invece fu ‘concessa’ la facoltà di ribellarsi senza dover lottare contro tutto e tutti ma, addirittura, scoprendo ogni giorno nuovi alleati, anche nello Stato. E quando si entra nel merito della vicenda genovese, dove protagonista negativo fu sempre il Gruppo Riva, le analogie sono tali da far gridare di rabbia i cittadini di Taranto, di serie B.

Genova: quando la chiusura era cosa buona e giusta

Era il 2002 quando, precisamente nel quartiere di Cornigliano, furono chiuse per sempre le cokerie. Inquinavano e ad affermarlo fu uno studio epidemiologico che evidenziò una relazione tra polveri respirabili (diametro inferiore o uguale a 10 micron o PM10) emesse dagli impianti siderurgici e gli effetti sulla salute. Lo studio nel quartiere di Cornigliano prendeva in considerazione le emissioni emesse nel periodo 1988-2001. La mortalità complessiva negli uomini e nelle donne risultò costantemente superiore ai dati rilevati nel resto della città ligure. Nel luglio 2005 fu poi spento anche l’altoforno numero 2 dello stabilimento. Il tutto attraverso un’azione lineare di tutti: dalla magistratura alla politica locale finanche quella nazionale. Ognuno svolgendo il proprio lavoro senza scivolare in quello degli altri: dal ministro dell’ambiente all’ultimo rappresentante istituzionale. Le mappe epidemiologiche furono svolte nella loro interezza con un lavoro certosino che non ebbe difficoltà a pescare in risorse certe. Furono stanziati soldi veri, quelli che per Taranto non sono mai arrivati dagli enti che in realtà sarebbero stati preposti a farlo (i 100 mila euro stanziati dalla Regione lo scorso anno sono serviti appena ad  avviarle e per settembre sono previsti i primissimi dati). Il Governo, poi, invece di osteggiare in tutti modi anche il lavoro dei magistrati come nel caso Taranto, si impegnò con l’azienda affinché la chiusura di tutto ciò che non fosse lavorazione a freddo avvenisse nei tempi e nei modi meno traumatici per l’Ilva e per la città. Oggi che in discussione c’è proprio quell’impianto che si trovò a dover sopperire alla rinuncia ligure, l’atteggiamento è invece quello del colonizzatore, proprio come durante e dopo l’annessione del sud al Piemonte nel 1862. E poco o nulla conta che lo stabilimento genovese era ed è più piccolo di quello ionico.

“Oggi non si interrogano più sulla compatibilità con la
salute. A Genova lo fecero
e ci dettero ragione”

Al riguardo le parole di Federico Valerio, chimico ambientale che nel 2002 fu perito dell’accusa nel procedimento che portò alla chiusura della cokeria di Genova, risuonano sempre più nelle menti dei tarantini come un triste presagio. “In questi giorni la maggiore preoccupazione del Ministro dell’Ambiente, del presidente della Regione, dei sindacati, è quella di impedire la chiusura dell’attività produttiva – afferma Valerio. Pare che nessuno si preoccupi di capire se questa attività produttiva è compatibile con il rispetto degli obiettivi di qualità dell’aria e quindi della salute di chi quell’aria respira. In base all’esperienza genovese, possiamo prevedere quale sia la soluzione per Taranto. La tecnologia delle cokerie di Taranto e di Genova è quella degli anni ’50, assolutamente inadeguata a rispettare i limiti di legge e almeno dieci volte più inquinante delle moderne cokerie che applicano la migliore tecnologia disponibile. Anche per queste nuove cokeria vale la regola, rispettata in gran parte del mondo e basata sul principio di precauzione, di costruire questi impianti ad almeno due chilometri di distanza da zone abitate e da usi del territorio sensibili, quali produzione agricola, allevamenti animali, allevamenti di molluschi, usi presenti a Taranto e già pesantemente penalizzati. Temo di fare una facile profezia: prevarranno gli interessi industriali e il governo dei tecnici troverà qualche accorgimento ‘tecnico’ (deroga, innalzamento dei limiti) per continuare a produrre, inquinando. E in questo caso l’unica bonifica sensata dovrebbe essere di trasferire tutti i 18.000 abitanti a rischio in una “New Tamburi” ad alcuni chilometri di distanza sopravento all’area industriale, ipotesi nient’affatto fantascientifica, visti i tempi: immaginate quanto tutto questo, inciderà sulla crescita del PIL. Comunque – conclude lapidario il chimico ambientale - continuare a produrre acciaio in questo modo non credo che sia una buona scelta per i lavoratori dell’Ilva, giustamente preoccupati di perdere il loro lavoro: la competitività mondiale nella produzione dell’acciaio non si vince con impianti obsoleti, prossimi alla rottamazione e poco efficienti, proprio perché molto inquinanti”.

Taranto non è Genova,
il sud non è il nord...

Taranto, dunque, non è Genova per la politica italiana e il sud non è il nord. Lo si evince dai fatti, dalle parole, dalle prese di posizione. C’è una storia che nessuno vuole che venga raccontata da Roma in giù impedendo una reale presa di coscienza della gente ed una reazione di difesa contro chi dai palazzi di potere vorrebbe decidere chi può morire e chi no, chi può respirare l’aria inquinata e chi no, chi può salvarsi e chi no. C’è il sud nella vicenda Taranto, molto più di quanto vorrebbero far credere. I primi a capirlo sembrano essere stati gli stessi operai che, per la prima volta in modo così organizzato e partecipato, non si accontentano più del pezzo di pane avvelenato sudato in fabbrica. Chiedono prospettive nuove per il territorio, per la città, e solidarizzano con chi ha già perso il lavoro a Taranto per colpa dei veleni (dai mitilicoltori agli allevatori). Stanno dimostrando che sempre meno operai nell’Ilva sono disposti a prestare il volto reale ai personaggi fantasiosi di Paolo Villaggio al cospetto del ‘mega direttore galattico’. In pochi sanno infatti che l’attore ligure lavorò nel centro direzionale di Carignano a inizio anni sessanta. Fu quasi certamente in quella circostanza che, impiegato nella collegata Cosider (anch’essa del gruppo Finsider poi trasformata in Ilva nel 1988), maturò l’ispirazione per i suoi personaggi di maggiore successo. Dipendenti caratterialmente deboli e pronti ad abbassare la testa. In queste settimane, e ancora di più nelle prossime, Villaggio troverebbe a Taranto molti meno Ugo Fantozzi e Giandomenico Fracchia di quelli che raccontò sulla base dell’esperienza maturata cinquant’anni fa. E’ forse il vento che cambia sostenuto dal sospiro di chi non si arrenderà mai.

Gianluca Coviello (TarantoOggi 9 agosto 2012)
g.coviello@tarantooggi.it

martedì 11 settembre 2012

Sarà il nostro giornale. Il giornale del Sud





















Sono appena tornato dalla prima riunione operativa per la nascita del nostro giornale. “Nostro”, vuol dire che non sarà di nessuno, nemmeno mio, ma di chiunque parteciperà all'avventura del suo varo, in qualsiasi modo.
L'incontro di Bari è stato decisivo: ci pensavo da tempo, ma ogni volta che mi avvicinavo al pulsante di avvio, trovavo una ragione per tornare a pensarci bene. Per farlo meglio, si capisce! Sono nel giornalismo da più di 42 anni e so cosa vuol dire imbarcarsi per un viaggio del genere.
L'appello lanciato dai gruppi meridionalisti mi ha creato dei problemi. Ho più volte detto ai promotori che, se fossi stato al loro posto, molto probabilmente avrei agito come loro; il guaio, per me, è che ero al mio posto...
Capivo che accettare la proposta di far direttamente politica (più partito che politica...) sarebbe stato un segnale; ma mi frenava l'idea che fosse anche un limite: se divieni rappresentante di molti, non potrai esserlo di tutti. Qualcuno rimane escluso. E io sono convinto che le buone idee, le buone ragioni possano essere ovunque (anche un orologio rotto dice la verità due volte al giorno). C'è pure un altro limite: le persone vanno e vengono, gli strumenti (partiti, associazioni, giornali, leggi) restano.
Ma la quantità di adesioni, gli appelli personali, alcuni molto forti, toccanti, ogni tanto mi facevano dubitare delle mie scelte; poi, però, mi sembrava che fra “diventare una voce” e “dare la voce” al poliedrico mondo del meridionalismo rinascente, la seconda opzione meritasse di prevalere.
Così, ho preferito aspettare l'ultimo momento, ascoltare tutti fino all'ultimo, prima di decidere da solo, come sempre. E le cose che ho udito mi hanno confermato, quasi con prepotenza, che in sala c'erano già molti potenziali leader che hanno non il diritto, ma il dovere di emergere in conflitto fra loro (che vuol dire confronto palese, forte, dichiarato). Quello che mancava era lo strumento per far sapere al Sud e agli altri, cosa sta succedendo e perché sta succedendo (e, in qualche caso, perché non deve succedere più)
Io sono convinto che le idee preconcette, penalizzanti, ai danni del Sud, siano figlie di informazioni sbagliate: dai quelle giuste agli onesti e le loro idee cambieranno. Non mi interessa, come ho più volte detto, “sconfiggere un nemico”, ma convincerlo delle mie buone ragioni, averlo al mio fianco, a sostenerle insieme a me.
Se andate a riascoltare gl'interventi di quel giorno a Bari, non avrete dubbi: comunque la pensassero i vari oratori, tutti esprimevano l'impotenza di chi non riesce a farsi sentire oltre la platea (pur crescente) dei diretti interessati. E quando credi di avercela fatta, magari (e senza magari) ti censurano.
Così, quella che era una idea da tempo coltivata, mutata in quasi decisione (a cui mancava sempre l'ultimo passo) è diventata un impegno. Non erano questi i miei tempi, ma non mi è stato lasciato altro tempo. L'incontro di Bari, la presenza e le parole di tanti, mi ha spinto oltre quell'ultimo passo: voi eravate lì per portare a casa un fatto, non un annuncio.
Credo che ci sarei arrivato lo stesso; ma anche se il cosa era molto probabile, il quando è frutto di quell'incontro. E, a pensarci a posteriori e a volersi montare la testa: dopo l'8 settembre (quello vero) fu a Bari che, dalla prima riunione dei membri del Comitato di liberazione nazionale, nacque l'Italia repubblicana.
Non faccio le cose per compiacere qualcuno, ma perché sono convinto (a volte sbagliando) che sia giusto farle e fare quelle. In questo, mi ritrovo dei compagni di strada, consenzienti o critici: ognuno è padrone del suo giudizio sui fatti, finché resta ai fatti. Se paiono troppo semplici, lineari, non è colpa mia. E comunque, non sono affatto semplici per me.
Perché ora molti potranno discutere di questa faccenda, del giornale. Ma io devo farlo! E solo uno sciocco può prendere alla leggera un compito del genere: in fondo, è un modo per ripagare quanti mi hanno dato e mi danno stima, attenzione. Ringrazio tutti e vi terrò informati.
La giornata di Bari è stata un punto di non ritorno.
Ditemi in bocca al lupo.



Pino Aprile

mercoledì 29 agosto 2012

Squillace non è Faenza


Squillace è un piccolo comune in provincia di Catanzaro, poco più grande di 30 Kmq e con appena 3500 abitanti. Ha un borgo antico che si sviluppa attorno ai ruderi di un castello veramente notevole e, ben poco altro. 
Il mare della Marina, invece, è bellissimo, limpido e calmo.

Arrivare a Squillace vuol dire viaggiare attraverso rigogliose colline coltivate ordinatamente ad ulivi e agrumi. Di tanto in tanto, ti trovi dinanzi ai ruderi di una vecchia masseria e fai un tutto nel passato, poi, intercetti una distesa di pale eoliche, oppure un mostro architettonico che stride fortemente con il bucolico contesto e ritorni alla realtà.

Castello di Squillace -
 in ricordo del processo
a Tommaso Campanella
Passeggiando per il borgo scopri che nel Castello di Squillace, nel 1599, fu processato per eresia e congiura alla presenza del vescovo Sirleto il filosofo Tommaso Campanella e che sulle stradine si aprono alcune piccole botteghe artigiane dove vengono realizzate delle ceramiche molto particolari con una lavorazione opaca, bianca su fondo color terracotta che ricorda alcuni vetri pompeiani.
La ceramica di Squillace
Un po’ ti stupisci del fatto che in un paesino così piccolo, arroccato su una collina, si possegga una tale maestria e perizia artigianale e, soprattutto ti chiedi perché hai tanto sentito parlare delle ceramiche di Faenza e di quelle di Montepulciano e mai di quelle di Squillace. 

Foglio n° 6431 del Catasto Onciario
Passando dinanzi ad una delle botteghe, leggi in una teca alcuni documenti storici e scopri che nel 1756 al foglio n° 6431 del Catasto Onciario* di Napoli, per il distretto di Squillace, erano iscritti ben 31 ceramisti, di cui 10 fajenzari e 21 maestri pignatari. I fajenzari si dedicavano  alla produzione delle “ faenze “ ovvero delle terrecotte più nobili, mentre i pignatari producevano vasellame di uso comune. Quanto, poi, diffusa e apprezzata fosse l’arte della ceramica squillacese lo dimostra la copia di un atto notarile datato 11.1.1753, nel quale il priore del convento dei Carmelitani Scalzi di S. Teresa in Cosenza commissiona a Maestro Paolo Sestito ed i suoi fratelli “10.000 rigiole non stagnate.....per un prezzo di ducati 200”.

Atto Notarile del 1753
Spulciando notizie sull’argomento, scopri che la tecnica utilizzata dai ceramisti di Squillace è di origine bizantina e che nel 1489, il Re di Napoli Alfonso d’Aragona visitò il Castello di Squillace e ordinò un’artistica anfora che riproduceva il ritratto di Alfonso, duca di Calabria e l’aquila reale degli aragonesi che sarebbe stata battuta a Firenze nell’asta Sotheby’s del 12 maggio 1982. Scopri ancora che le manifatture squillacesi antiche sono conservate presso alcune collezioni private e in alcuni famosi musei: Museo di  Capodimonte di Napoli,  Museo Duca di Martina alla Villa Floridiana di Napoli , Museo civico di Rovereto, Collezione Arcoleo di  Palermo, Victoria and Albert Museum di Londra, British Museum di Londra,  Rohsska Konstslojmuseet di Goteborg, Metropolitan Museum of art di  New York, Musee du Petit Palais di Parigi, Museo internazionale delle ceramiche di Faenza, Museo della ceramica di Sevres.

A questo punto ti chiedi: come mai le promesse di grandezza di questo paesino e del suo comprensorio sono state disattese? Perché non è divenuto un polo di eccellenza? Come mai le 15 fornaci operanti nel 1756 non sono più alimentate, sono spente, sempre che ancora esistono? Perché questo paese che nel 1489 si meritò la visita di Alfonso D’Aragona e che era attivo e produttivo, oggi è abitato da fantasmi e da vecchi? Cosa è accaduto?

La risposta, sembrerà banale, ma è sempre la stessa: è arrivato il 1861 e l’unità d’Italia è stata fatta!!!!

 Francesca Di Pascale - Briganti


* Il Catasto onciario, precursore degli odierni catasti, fu voluto da re Carlo di Borbone nella prima metà del XVIII secolo per il riordino fiscale del regno e fu uno strumento utile ad eliminare i privilegi goduti dalle classi più abbienti che facevano gravare i tributi fiscali sempre sulle classi più umili e di fatto rappresenta uno dei più brillanti esempi del tempo di ingegneria finanziaria e di ripartizione proporzionale del peso fiscale.Si chiamò Onciario perché la valutazione dei patrimoni terrieri veniva stimato in once, una misura di monete molto antica corrispondente a sei ducati. È chiaro come un meccanismo volutamente semplice poteva assicurare un prelievo fiscale generalizzato ed accertamenti molto rapidi – Fonte Wikipedia